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venerdì, luglio 20, 2007 La signora R. è ormai in ostello da 3 settimane. Arriva con la figlia il lunedì e se ne va il venerdì. Lei, la figlia, è in cura da un qualche santone delle vertebre cervicali, la madre m'ha raccontato confusamente di un incidente o un non so che di quelli dai quali si esce vivi per miracolo. La figlia cammina a fatica, le leggi un dolore atroce negli occhi e nell'incedere incerto.ù Io e la signora R. siamo diventati un po' amici, lei ha un bel sorriso quando vede che sono di turno. Accompagna la figlia alle terapie, mattina e pomeriggio, poi rientra attendendo di andarla a riprendere. In queste attese mi si avvicina senza mai essere invadente e se è un momento tranquillo scarica la tensione con qualche chiacchiera. Le chiedo con prudenza di sua figlia, dei suoi miglioramenti, ma preferibilmente si parla d'altro. La signora R. si scusa spesso del disturbo, inesistente, che mi procura e dice che vorrebbe magari uscire a passeggiare un poco invece che tediarmi, ma che fuori ci sono 38 gradi e lei ha la pressione un po' bassa, meglio l'aria condizionata dell'ostello... La signora R. ha una dignità nel dolore che sta vivendo per le sorti di sua figlia che io le invidio e ammiro. E io che non credo più ormai nell'immortalità dell'anima, mi attacco però con forza all'idea che questo amore doloroso e insondabile che lei incarna non può e non deve essere vano, che una traccia al di là del tempo e dello spazio ne debba rimanere. postato da qoelet |
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