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sabato, settembre 30, 2006 Mia madre: "Belli davvero questi pantaloni. E anche la camicia. Ma come mai tutto in nero?".
Io: "Eh, il tango. Fa molto tango l'uomo vestito di nero". Mia madre: "Beh, almeno stavolta hai avuto del gusto". Io: "Mica li ho scelti io...". Mia madre: "Ah... mi sembrava strano". (Silenzio, si sentono solo le posate di mio padre che sta finendo di cenare). Mia madre: "E allora chi li avrebbe scelti?". Io: "Eh, chi è che mi sceglie i vestiti di solito". Mia madre: "Ma è... sì insomma, è Amarilla?". Io: "Sì". Mia madre: "Ah. Ma allora... cioè state insieme?". Io: "No". Mia madre: "Ah". (Silenzo) Mia madre: "Ma non state insieme e ti sceglie i vestiti?". Io: "Sì, perché?". Mia madre: "Perché è strano. Insomma, non è una cosa da semplici amici... e cosa siete allora?". Io: "Diciamo che siamo amanti". Mia madre: "COOOSAAA!?!? In che senso amanti, mica siete sposati con degli altri!". Io: "Eh, siamo amanti senza essere, diciamo, impegnati". Mia madre: " °_° ". Mio padre: "Mi sa che non l'hai mica studiata male 'sta cosa". postato da qoelet |
11:53 | commenti (3)
mercoledì, settembre 27, 2006 Stamattina ricovero di E. in urologia. Brutta operazione per una persona con i suoi anni, s'è valutato a lungo se non valesse la pena di lasciar perdere. Ma credo sia meglio così, soprattutto per evitargli la possibilità d'una fine lunga e dolorosa. L'ho accompagnato io, con la pandina della casa protetta, e mentre attraversavamo la campagna un'alba meravigliosa donava colore rosa alle nubi e alle colline sullo sfondo. In un raro momento di lucidità E. mi ha raccontato della sua gioventù, del lavoro di camionista per i monopoli di stato, di quando consegnava le sigarette ai tabaccai e la finanza gli controllava il carico: "Mo i schèrsen mia coi dla finansa, veh, ca sat chèla na sigarèta te gla'rmèt té". Traffico a Fidenza, arriviamo in accettazione con un quarto d'ora di ritardo. Ci aspettano, organizzazione efficente, in reparto sono tutti molto gentili. La caposala ci viene incontro, si avvicina a E. con una carezza e un sorriso: "Buongiorno E., allora è ritornato!". "Se se, rida rida, mo sa chèla na sigarèta a gla'rmèt mé". "Come dice?", la caposala non smette di sorridere e mi guarda con aria interrogativa. "Nulla signora, va tutto bene. E' una cosa che sappiamo io e lui".
Perché E. è demente per Alzheimer, ma non è mica scemo. postato da qoelet |
16:05 | commenti (2)
martedì, settembre 26, 2006 Le pareti della mia nuova casa stanno prendendo vita, si stanno colorando d'immagini e colori. E sebbene siano ancora molti i lavoretti da finire, come sistemare cantina e garage, scegliere gli ultimi lampadari, sistemare la porta del bagno, mi soffermo specie la sera a rimirare i muri, tentare di carpirne gli odori e le sfumature. Perché una casa nuova non è solo lo spazio dove vivi, ma significa soprattutto vivere uno spazio, plasmarlo, lasciarlo crescere con te, averne cura per ritrovarci dentro cura, la sera quando rientri. E le sensazioni che provo ad oggi son belle, belle belle, e promettono un futuro caldo e colorato. Voglio tanti amici nella mia nuova casa, e musica, e parole... Venite?
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13:04 | commenti (2)
sabato, settembre 23, 2006 Stanotte, per la prima notte, dormirò nella mia casa nuova...
Domani, per la prima volta, farò il bagno nella mia vasca nuova... :-) postato da qoelet |
11:57 | commenti (2)
venerdì, settembre 22, 2006 Prolegomeno, ovvero dove lavoro io. Sì, insomma... Dove lavoro io faccio il coordinatore, che sarebbe quello che deve far funzionare la baracca a dovere. E fin qui tutto chiaro, direte voi. E' che dove lavoro io lavorano con me: 18 operatrici, una RAA, 3 infermiere, un'amministrativa, 4 addette alle pulizie e guardaroba, 2 cuoche. E, per finire la lista, c'è la presidente. Il direttore amministrativo si vede poco... Come avrete avuto modo di notare dalle desinenze dei sostantivi sopra allineati, dovrebbe risultare abbastanza chiaro che dove lavoro io sono... TUTTE DONNE! Svolgimento, ovvero un testosteronico osserva con curiosità l'universo femminile. Ecco, data tale premessa, io non capisco certi modi del comportamento delle mie colleghe. Ad esempio, ogni mattina, mentre tento di raggiungere il mio cartellino per timbrare in orario, il mio agile passo è sempre intralciato da almeno tre/quattro querule che fanno pressapoco così: "DUNQUE (sulle punte dei piedi, pugnetti ben piantati sui fianchi), la prossima volta che tizia e blablabla e blablabla ma come si permette perché lei lo sapeva che blablabla e blablabla e io non son più disposta a sopportare una cosa del genere e blablabla e blablabla...". E siccome che la querula è ciclicamente una persona diversa (ovvero ciclicamente tutte le mie sopraddette colleghe si querulizzano per almeno una mattina al mese) e poiché in stadio querulante la vedi viola in faccia e con le vene del collo che pulsano come un bongo africano, ne deduci che, stavolta, la cosa è seria... Se non che un'ora dopo scendi in guardiola e, guarda un po', la querula e la querulata son lì, fianco a fianco. E, direte voi, si stanno accoltellando? No, fan grosso modo così: "Ma sai che ti stava da Dio quel vestito? Ma giuro, ti toglieva almeno dieci chili... E tutto bene tua figlia? Ma che brava! Son proprio contenta, veh, che l'ha passato bene l'esame". Insomma, un bijoux... Finale, ovvero aiutatemi a capire. Ora, quando io, maschio, m'incazzo con un mio amico maschio, siamo solitamente abbastanza maturi da non prenderci a schiaffi, però ci diamo dei nomi (incluse le sorelle) che è buona educazione non riportare. Ma soprattutto poi o ci evitiamo, o ricominciamo la solfa dei nomi e delle sorelle se ci rivediamo. Dopo un lasso di tempo variabile, ci chiariamo, si tira fuori una bottiglia e la cosa finisce lì. Ma finisce veramente... postato da qoelet |
13:43 | commenti (6)
giovedì, settembre 21, 2006 La sala della palestra ha il tetto basso e spiovente, c'è caldo, umido, e l'aria sa di umanità varia. Incrocio con lo sguardo i maestri, che mi sorridono. Mi cambio le scarpe e mi accorgo subito di quanto la suola in cuoio scivoli sul parquet. I primi esercizi mi sorprendono arrugginito ed un poco esitante, poi man mano i movimenti si sciolgono. Poi eccola, finalmente! La musica, il tango. L'esitante e languida melodia del bandeon che sa d'una nostalgia pacata, riflessiva. Credo di avere l'interruttore del tango, dentro di me. Una sorta di pulsante invisibile che accende all'accendersi della musica, un riflesso incondizionato, uno stato di trance in cui il tempo si dilata e il mio corpo si scioglie dentro il corpo che si muove con me.
lunedì, settembre 18, 2006 Il primo giorno di scuola della mia piccina... Dio che emozioni! Sembrava ancor più piccola con quello zaino sulle spalle. All'ingresso in classe ha cercato i miei occhi, io ho allungato la mia mano. La sua, così minuta, s'è affidata al mio palmo, esitante, fredda. Siamo entrati, tra gli ultimi. Nella confusione di mamme e papà che scattavano fotografie non riusciva a raggiungere il banco. Allora l'ho sollevata, leggerina com'è lei, e posata dolcemente dietro la fila dei banchi, vicino alle sue amiche d'asilo. Breve discorso delle maestre, poi tutti fuori. E lei che cercava ancora i miei occhi, fino al chiudersi della porta...
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14:10 | commenti (4)
sabato, settembre 16, 2006 Ci sono fantasmi che attraversano la notte giusto il tempo di tre tanghi...
venerdì, settembre 15, 2006 Mi rimane ancora misteriosa la ragione per cui tanto mi piacciono le Dixie Chicks. Davvero. Perché indulgo di tanto in tanto in musica, diciamo, scema, specie quando guido. Massì, diciamo commerciale, per intenderci. Magari quel melodico tipo Biagio Antonacci e Gianna Nannini... Però mai in casa ad esempio. Lì è tango o altro, ma comunque musica fortemente correlata a fibre profonde, molto profonde. Che son fin stanco quando arrivo all'ultima traccia.
Ma le Dixie Chicks sempre, chissà perché. Non mi stancano mai nonostante il loro soud Blue Grass (ma poi si fumerà 'sta roba?) e i testi tanto sdolcinati da cariarti un molare. Forse in una vita precedente ero un bovaro nordamericano... Magari ero Zeb Macahan in persona! In effetti cammino con le gambe un poco divaricate. martedì, settembre 12, 2006 Ancora una volta la salita dell'argine. Il sudore m'inzuppa la maglia, mi cola dalle tempie, mi appiccica i capelli alla fronte. Sento il mio respiro affannoso insieme ai respiri dei compagni. Da dieci minuti nessuno parla più, non c'è più fiato per raccontarsi le solite storie o per prendersi in giro l'un l'altro. Adesso silenzio e sudore, solo il rumore irregolare dei tacchetti sull'erba umida della sera. Scendo l'argine, primo birillo, dieci flessioni. Mi rialzo, le gambe mi dolgono. Ancora corsa, slalom tra i paletti, secondo birillo, dieci addominali. Poi ancora l'argine. E via, speri che non manchi troppo alla partitella, che quando corri dietro ad un pallone e devi vincere una partita che non conta nulla, allora non senti né dolori, né fatica.
Che bello il calcio. postato da qoelet |
15:50 | commenti (8)
lunedì, settembre 11, 2006 Parafrasando alcuni recenti post dell'amica Parmachiara, riporto consegna scritta del turno Notte 1 di ieri: "L'ospite viene messo a letto alle ore 22 in apparente stato catalitico".
Mi pare degno di menzione l'atteggiamento, da parte di un nostro degente, di non inquinare l'ambiente di casa protetta con gas di scarico nocivi alla salute... postato da qoelet |
12:44 | commenti (1)
sabato, settembre 09, 2006 Io: "BUONGIORNO SIGNORA E. HA DORMITO BENE STANOTTE?". Devo rivedere le mie innocenti convinzioni a riguardo della libido nella terza età... postato da qoelet |
10:59 | commenti (5)
venerdì, settembre 08, 2006 Le donne alle mostre d'arte, chissà perché, diventano particolarmente belle... Ma belle belle belle...
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08:54 | commenti (1)
giovedì, settembre 07, 2006 "Ed eccoci signori al Vittoriale degli italiani!". La guida mignon di 'sta gita della ditta di pannoloni pare avere una smodata ammirazione per il sommo vate, che a me, detto per inciso, è sempre stato sui coglioni già dai tempi del liceo. "D'annunzio si ritirò dal '21 al '38 in quella che sarebbe diventata, a sua stessa detta, la sua opera più importante. Non scriverà infatti più, ma insieme all'architetto Maroni si dedicherà alla realizzazione di questa residenza museo che noi oggi visitiamo". Che, insomma, 'sto poeta fascista non riesco mica a considerarlo astraendo gli aspetti letterari da quelli umani... Che se penso a quanta gente c'ha rimesso la pelle per dare soddisfazione alle fregole da superuomini di 'sta ghenga di fascisti, eh faccio fatica a non scaldarmi. "Proprio qui, all'entrata del Vittoriale, campeggia il motto 'Io ho quel che ho donato', a ricordare il lascito che alla sua morte il poeta volle fare al popolo italiano, cui appartiene tutt'ora questa villa, come atto di grande generosità e dedizione". E non ce la faccio più a star zitto: "Veramente signorina la generosità fu di chi gli diede la casa". "In che senso, scusi?". Sto zitto? Mi fermo qui? No, non ci riesco: "Nel senso che quando D'Annunzio si ritirò a vita privata era strapieno di debiti e tutto quello che costruì qui lo fece a spese dello stato, cioè dello stato fascista... Mussolini aveva un certo interesse a tenerlo buono buono qui da quando era diventato un personaggio abbastanza ingestibile. Le risulta?". "Sì", fa la guida mignon, "in effetti tutto quello che vedete fu regalato al sommo poeta, ma questo appunto nulla toglie alla grande generosità e dedizione di D'Annunzio verso gli italiani". E qui dovrei veramente star zitto, anche perché i coordinatori lombardo-veneti del gruppo gita della ditta dei pannoloni mi guardano con fare incuriosito, come a volte si guarda chi non pare del tutto a posto. Solo che la guida mignon sta lì, zitta ed altera, ad attendere la mia conferma della generosità e dedizione del sommo poeta autofellatorio. E, scusatemi ma son fatto così, io è difficile che conceda facilmente conferme, specialmente in caso di fascisti... "Senta signorina, se lo stato, dopo avere saldato tutti i suoi debiti, le costruisce una villa con parco storico di ventimila metri quadrati, ci devia al centro due ruscelli perché il rumore dell'acqua la ispira, ci incastra una nave sul fianco della montagna, ci realizza all'interno un museo personale con le sue cose, ci aggiunge una darsena sul lago per il suo MAS regalato dalla marina e ci fa fare infine un mausoleo sulla collina per quando dovrà essere sepolto, tutto a spese dello stato s'intende, ma poi lei quando muore lo restituisce, diciamo, al popolo... ecco chi è stato generoso, lo stato o lei?". Silenzio. "Beh secondo il suo ragionamento un po' anche lo stato. Diciamo che sono stati entrambi generosi". "Ecco sì, diciamo così. Erano generosi Mussolini e D'Annunzio". postato da qoelet |
13:19 | commenti (3)
lunedì, settembre 04, 2006 A volte capita che stai catalogando una seicentina, e capita che sul foglio di guardia ci tovi scritto così... "Questo libro è a semplice uso del P. Francesco da Crespino Minore Osservante. Egli fu il più gran peccatore del mondo: e voi che leggerete questo scritto ricordatevi di lui dopo che sarà morto. Riccordatevi che sono sempre stato un gran matto; che se fossi stato buono e con la testa a posto mi sarei fatto un gran vanto".
Ma che frate doveva essere Francesco da Crespino? Certo un francescano sui generis... Ricordatelo, oggi che leggete questo post. postato da qoelet |
16:29 | commenti (3)
E' più puro un amore che vive della sola bellezza dei suoi amanti, o non potrà invece meglio defenirsi come illusione? Narciso muore innamorandosi della sua immagine, la bellezza. Ma morì illuso o morì innamorato? Che l'amore non porti sempre anche un poco di morte in dote?
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13:01 | commenti (2)
sabato, settembre 02, 2006 Ah, scordavo... e ricordatevi che gli dèi non concedono mai tutto ad un solo uomo.
Folli, folli, si deve essere folli per affrontare la vita nel modo giusto. Che poi secoli fa magari mica ne sapevi nulla di eteronomia dei fini, che però se ti mettevi giù a pensare un attimo ci arrivavi comunque... Che se ti dicono già da subito che tu ti fai tutta la tua esistenza a calcolare e questo e quello, tanto poi le cose vanno come ne hanno voglia loro perché le spinte e le controspinte del caso sono tante e da tante angolazioni che non le puoi controllare, beh insomma allora val la pena di partire un po' da folli subito. Ma non la follia cattiva, la mancanza di senno dei giovani deficienti che non si sentono vivi se non si schiantano sui platani della via Emilia ai 150 all'ora con il coupé regalato dal papà perché hai passato il primo esame complementare a economia con 18... Nemmeno la follia insensata di chi crede che nulla ha un senso... No, no, la follia vera, quella di Erasmo da Rotterdam. E rileggetevelo santo dio quel libriccino, che in edizione economica son tre euri spesi bene! Il capolavoro, insieme all'Utopia di Thomas More, del pensiero umanistico del rinascimento europeo. Che due uomini che dovevano essere, Erasmo e Thomas. Presi una tal cotta per la storia del secondo all'università che giurai che il mio primo figlio maschio si sarebbe chiamato Tommaso...Quella follia sana, spensierata, che ti da la forza di trovare sempre il buono nelle piege più difficili delle persone, che ti dà la pesante leggerezza di sperare sempre e comunque in un domani migliore e degno di essere vissuto. Quell'irresponsabile fermezza che ti ridona un orizzonte profondo, a perdita d'occhio, ma di cui ti senti padrone perché, nonostante tutto, è il tuo impegno e la tua testarda follia che ne fissano le coordinate e le strade da percorrere. E se sul letto di morte non sarai arrivato tanto lontano quanto speravi, beh saprai che comunque n'è valsa la pena... postato da qoelet |
10:04 | commenti (3)
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