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mercoledì, settembre 29, 2004 C'è una novella di Guareschi che ho sempre amato particolarmente: narra di una famiglia di mezzadri che al termine di un lungo litigio viene allontanata dalla terra sulla quale aveva vissuto per generazioni. L'immagine che chiude il racconto, chissà perché, è sempre rimasta fissa nella mia immaginazione...
Il vecchio, nel suo tabarro, in piedi sotto una pioggia torrenziale; tra le sue gambe il più piccolo dei nipoti. Il resto della famiglia che lo chiama, che lo prega di salire sul carro al riparo, per andarsene. Il vecchio immobile, che non si sposterà finché il padrone non verrà a stringegli la mano, finché il padrone non verrà a salutare chi ha sudato per lui per tre generazioni. È solo dopo molte ore che l'uomo arriva: lo raggiunge a lunghi passi al centro dell'aia, in silenzio i due si fissano negli occhi, si stringono la mano con forza, come si usa fare tra contadini. Domani sarà il mio ultimo giorno qui. Vorrei anch'io fermarmi in piedi, immobile, magari nel mezzo del chiostro grande; vorrei che il padre priore venisse a stringermi la mano, con forza... postato da qoelet |
16:39 | commenti (6)
martedì, settembre 28, 2004 Amo i giorni dolci e intensi come questi, i giorni in cui la sera, tornando a casa, mi sento avvolto e scaldato dal suo affetto. Sono giorni speciali, che arrivano quasi senza avvisare prima; sono giorni in cui tutto ciò che può essere banale normalità diviene quasi per magia un'esperienza specialissima... Il cucinare per lei, il lasciare sporchi i piatti per una tisana calda sul divano, il conquistare con la testa un angolo sulle sue gambe mentre lei annoda sciarpe per l'inverno, infine l'addormentarsi abbracciati e pensare che nemmeno ti dispiace tanto che di questa stagione cominci a far freddo la sera...
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17:40 | commenti (5)
lunedì, settembre 27, 2004 Arrivo a scuola, puntuale. Nel grande atrio la mamma di M. mi chiama e mi sorride: "Scusa tanto, mio marito s'è scordato di dirtelo venerdì! M. oggi ha le visite in ospedale e finisce tardi, non viene a scuola". Sorrido per mascherare l'incazzatura. Poi penso all'orario e sono quasi sicuro che ci sono due ore di matematica: salgo in classe, la maestra è già in postazione. "Sì, giustissimo, se non c'è M. rimani pure che aiuti la S. e A., che in matematica fanno una fatica dell'altro mondo! Che anch'io in questo modo riesco a lavorare meglio con la classe... S.! A.! Mettetevi qui al primo banco con il maestro A. a fare matematica".
Oggi si deve fare entrare nelle zucche dei bambini il concetto di differenza tra cifra e numero. La maestra spiega brevemente, quasi tutti rispondono in coro alle domande. Si fa qualche esempio, poi vengono scritti sulla lavagna tre terne di cifre: 384, 572, 804. Si deve comporre da queste tre tutte le combinazioni di numeri possibili e riportarli in colonna sul quadernone sia in cifre che in lettere. "A., hai capito?". A., ch'è piccolo come uno scricciolo e ha gli occhioni neri e profondi come un pozzo annuisce con la testa, ma già so che non ha capito. Il suo problema è che in famiglia parlano arabo e a lui è quasi impossibile capire tutto quello che la maestra dice dalla cattedra: lo sforzo di attenzione che gli è necessario è almeno triplo rispetto ai suoi compagni, così che dopo dieci minuti in classe i suoi occhi girano già fuori dalla finestra. "Attento A.! Guarda il foglio! 384: quante cifre sono? Conta, sù... uno, due e tre! Facile no? E che cifre sono? Guardale adesso... La prima? Bravo, è il 3. La seconda? Bravo, 8... Bravissimo. Hai capito l'esercizio? Allora comincia, dai". A. va come un treno, non ha problemi a capire ciò che deve fare, ha solo problemi a capire quel che gli si dice. E adesso S. Tiro il fiato, mi preparo alla lotta. "Dai S.! Devi ancora cominciare? 384, quante cifre sono? Contale". "Sono trecentottantaquattro". "No S., quello è il numero. Io voglio sapere quante sono le cifre di questo numero. Dai, contiamole assieme, coraggio". "Tre, otto e quattro". "Non ho detto quali sono, ho detto quante sono... Contale". "Tre, otto e quattro". Cerco di non innervosirmi, ma è difficile. Ripeto il tentativo almeno dieci volte, sempre con parole diverse, ma niente di niente. All'undicesima volta non ce la faccio più, mi parte quello che mio nonno chiamava un "bernardén", ovvero un più o meno sostenuto (nella fattispecie direi di media intensità) incontro delle mie nocche sul cuoio cappelluto della bionda S. L'effetto è quasi magico: la bimba emette un timido ahia ma sembra riemergere da un lungo sonno. "Adesso contale, quante sono 'ste cifre!". "Tre!". "Ohhhhhhh! Brava, sono tre. E quali sono le cifre... Ascoltami bene prima di rispondere: q-u-a-l-i sono!". E mentre dico queste parole la mia mano si alza leggermente dal banco riassumendo la postura a bernardén. "Sono il 3, l'8 e il 4". "Bravissima! Hai capito come fare l'esercizio? Devi spostare le cifre del numero e farne altri, così... Ecco, fallo anche con gli altri due numeri... Dai, da sola adesso...". Ma secondo voi è semplicemente possibile che a S. le si fosse incantato il disco in testa? E comunque, scusate se mi permetto, a mio nonno la Montessori gli fa una pippa... postato da qoelet |
17:31 | commenti (2)
venerdì, settembre 24, 2004 Sono spossato, letteralmente svuotato di ogni energia. Io non ho mai avuto paura di lavorare: "il Signore t'ha fatto buone sia le spalle che la testa", diceva mio nonno. Due campagne di raccolta del pomodoro, due stagioni da facchino, tre campagne di distribuzione di elenchi telefonici, svariate ripetizioni private, un anno circa, mentre ero in tesi di laurea, di barman e cameriere e poi il lavoro "vero", quello che sto lasciando in questi giorni. Ma mai mi sono sentito stanco come oggi.
Oggi il mio compito era aiutare la biondissima S. nel fare i compiti di matematica che come al solito non aveva fatto a casa. Scatta la punizione: S. viene fatta sedere di fianco alla maestra e, quindi, vicino alla mia seggiola. Poi succede una cosa strana, ma che strana non è. Succede che S. si blocca, come al solito: fissa un punto del muro in alto, la bocca semiaperta e gli occhioni azzurri persi nel vuoto. La maestra la richiama e mi chiede la cortesia di seguirla un attimo. Lascio M., col quale è cominciata la solita battaglia per fargli aprire il quaderno di scienze e scrivere le frasi che già sono sulla lavagna da alcuni minuti: perché M. non sa scrivere e se ne vergogna, perché M. non ha elaborato ancora null'altra strategia se non il rifugiarsi in un mondo di aggressività o di gameboy in cui niente e nessuno possano ricordargli che lui è fottutamente indietro, possano ricordargli che ha già due anni di ritardo... Mi avvicino a S., che deve fare una sottrazione in colonna senza riporto: 148-36. "Allora, S., la facciamo? Dai, mettiamo in colonna i numeri". S. ovviamente sbaglia, non sa quali sono le unità, quali le decine e quali le centinaia. Mentre cerco di spiegarglielo, M. si accorge che c'è qualcuno più indietro di lui, qualcuno che come lui ha bisogno di un maestro apposta: con la coda degli occhi lo vedo aprire il quadernone e (udite, udite!) scrivere in corsivo. Continuo la mia battaglia con S.: "Allora, hai capito? Il 6 sta sotto all'8 e il 3 sotto al 4. Dai scrivi... Ecco, brava! Allora, quanto fa otto meno sei?". "Otto!". "No S., pensaci bene. Prendi otto e togli sei... Quanto fa?". "Sei!". "No S., non dire numeri a caso, pensaci. Conta con le dita, se vuoi. Prendi otto e togli sei: quanto resta? Coraggio...". "Ottantasei!". Sono sulla soglia della disperazione, mi rifiuto di credere che una bimba di otto anni non abbia i mezzi mentali per capire un'operazione del genere. Perché S. li ha, io la vedo giocare con le compagne! Solo deve sbloccarsi, deve saltare quel fosso di paura... Riprovo, riprovo e riprovo, ma aumentano la mia frustrazione e la paura di S. La maestra ogni tanto mi lancia un'occhiata e un sorriso, come a dirmi di non prenderla male perché con lei c'è poco da fare. Mancano ormai venti minuti alla campanella... "S., vai a prendere un foglio bianco nel mobile in fondo". "Che bello! Facciamo un disegno?". "No, facciamo matematica. Tu stamattina vai a casa che questa sottrazione la sai fare. Dai, vai...". S. torna col foglio bianco, intanto il miracolo M. continua: le lettere corsive gli escono con titanica fatica dalle mani, ma ha già scritto quasi tutto. Un miracolo. Non dico nulla, solo mi avvicino a lui e accarezzo la sua testa di capelli biondi. "S., disegna otto palline sul foglio, tutte in fila". "Come le devo colorare?". "Non le devi colorare, disegnale e basta". "Con la penna blu, rossa o verde?" (perché i bambini hanno il potere di devastarti, di esaurirti completamente, se lo vogliono). "Con la matita" (perché io sono duro a morire...). "Brava. Adesso uccidine sei". S. ride, la paura è un po' più lontana. "E come faccio a ucciderli?". "Facci una righetta sopra con la matita, così... Ecco, adesso conta quante palline sono rimaste vive. Quante sono? Dai, quante sono?". "Du... du...". "Coraggio!". "Due!". "Brava! Sono due! E allora, quanto fa otto meno sei?". "Du... du... due". "Bravissima! Dai, scrivi due sotto le unità. Adesso fai la stessa cosa con le decine, disegna quattro palline e uccidine tre. Quanto fa?". "U... uno". "Brava, scrivi uno sotto le decine. E adesso continua da sola". Suona la campanella, la seconda. È la nostra. I bimbi sono già in fila, si scendono le scale tra i loro schiamazzi e i nostri rimproveri. Siamo sulla scalinata, tante piccole testoline si alzano in punta di piedi alla ricerca di mamme e papà, tanti sorrisi s'incontrano. Sento una mano che prende la mia: è S., che mi guarda con un sorriso grande grande. "Dieci meno sette uguale tre!", e gli occhi ridono con lei. "Esatto S., esatto. E adesso vai dalla mamma". postato da qoelet |
16:26 | commenti (8)
mercoledì, settembre 22, 2004 HISTORIA AD USUM EQUITIS (ovvero la storia ad uso del Cavaliere) :-| postato da qoelet |
18:01 | commenti (8)
lunedì, settembre 20, 2004 È stata una domenica speciale, quasi bizzarra per me. Le bimbe non sono a pranzo con me, cosa che succede raramente, così verso mezzogiorno le accompagno dai nonni e torno verso casa. Immagino, mentre varco la soglia del portone, che l'amore mio sia ancora a letto, come le piace fare quando passa le notti sola e il giorno successivo non deve lavorare. Magari sarà sul divano, perché non le piace dormire nel letto senza di me; magari sarà tutta ingarbugliata nella coperta di pannetto gialla e con la Milla accoccolata ai piedi. Apro la porta e la prima cosa che vedo è una tavola apparecchiata con cura, con già le pietanze nei piatti da portata; la prima cosa che sento è il saluto e il bacio di mon amour. Mi prende un sentimento strano, un'emozione che non saprei spiegare... Io non sono abituato a trovare pronto alla domenica. O meglio, era da tanto tempo che non succedeva. Va bene, va bene, a casa di mia madre sono servito e riverito, ovvio. Ma la domenica i miei sono sempre in montagna ed io sono abituato a preparare per le bimbe e, spesso, anche per mio fratello. Il sabato devo ricordarmi di comprare tutto quel che serve, la domenica mattina, dopo aver lavato e vestito le bimbe, devo pensare a cosa cucinare, poi sparecchiare, lavare i piatti, rimettere tutto a posto... Ieri mi sono seduto al tavolo. Le tortillas di patate erano leggermente fredde, ma erano più buone proprio perché parlavano di un'attesa e di un desiderio: "Ti aspettavo un po' prima...". Le patate erano più buone e allegre del solito, il mais dolce era ancora più dolce: ho mangiato di buon appetito, poi non ho lavato i piatti e non ho rimesso in ordine. Perché nelle domeniche speciali non si fanno le solite cose... Dal sito di Repubblica: Madonna riflessa in una cascata, curiosi in pellegrinaggio "In seguito alle testimonianze di un 17enne e di una signora che hanno raccontato di aver visto la Madonna riflessa nelle acque di una cascata a 2.200 metri di quota in località Predarossa, nel comune di Val Masino in provincia di Sondrio, è cominciato ieri un pellegrinaggio di turisti e curiosi che hanno raggiunto a piedi la zona nella speranza di vedere con i propri occhi la 'Vergine della Cascata'. Il ragazzo stava pascolando le mucche e la signora era intenta a raccogliere i mirtilli; i due non si conoscono e le apparizioni sarebbero avvenute in due distinti momenti". Mi permetto di eccepire alla presunta apparizione per le seguenti motivazioni. Sono ben accetti nell'area dei commenti ulteriori approfondimenti da parte dei beneamati avventori... venerdì, settembre 17, 2004 Dal sito di Repubblica: Ferimento Frisk. Procura: coprono colpevole? Forse... È stato La Russa! Ci scommetto, è stato La Russa!!! postato da qoelet |
16:22 | commenti (2)
Pillole di scuola Maestra: "Allora, D., se nella figura uno la montagna è piena di boschi e foreste, tutta verde, com'è invece nella figura due? È in...? È innev...?". G.: "Maestro A., G. non vuole darmi la mano e non sta in fila!". Io: "Ma G. non è il tuo moroso? E Perché non vuole darti la mano? G., cosa succede, vieni qui... Avete litigato?". G.: "No, va tutto bene, solo che un uomo ogni tanto deve stare da solo arrabbiato...". S.: "Ma il mondo l'ha creato Dio!". M.: "No, l'ha creato Gesù!". "Ma guarda che Dio è il papà di Gesù e allora se è il suo papà lui è arrivato prima (segue smorfia)!". M. (un poco interdetto): "Beh, però sono della stessa famiglia e quindi l'avranno fatto insieme (segue controsmorfia)". mercoledì, settembre 15, 2004 M. è affetto da un morbo raro come il nome che porta, trasmesso dalla madre a lui e agli altri tre figli. Viene da una famiglia che definire difficile è poco. I genitori si nascondono dietro alla bizzarra patologia dei figli come ad un qualcosa che fa cessare magicamente ogni loro responsabilità e ogni senso di colpa: "Ma mio figlio c'ha il morbo!". Facile no? Per carità, nessuna sentenza, nessun giudizio... Vivono con pochi mezzi e in un contesto oggettivamente difficilissimo, però nessun genitore è perdonabile se il figlio si accorge che a casa non è ben voluto, che la madre è pronta alla guerra per lasciare M. a mensa tutti i giorni perché "al pomeriggio diventa molto pesante". Questa cosa non la devi dire davanti a tuo figlio, specialmente se poi è sempre lui a non avere la merenda nella borsa... Tutti i suoi compagni conservano nello zaino un fagottino che appare puntuale sui banchi alle 10.30 di ogni mattina e che si vede lontano anni luce che è preparato con cura e amore, come solo le mani d'una mamma (o di un papà!) possono fare. M. no, M. è sempre senza merenda. Oggi ho portato due schiacciatine a scuola, come quelle che mi comprava mia nonna nella panetteria di via Osacca. Due, perché non si accorgesse che la portavo apposta per lui. Ne ho promessa una a M. in cambio del suo impegno a scrivere in corsivo tutti i mesi dell'anno e tutti i giorni della settimana sul quaderno di italiano. Ci sono volute 2 ore di negoziato affettivo, ma alla fine sulle pagine quasi tutte bianche del suo quadernone stavano in bella fila i giorni della settimana e i mesi dell'anno. E adesso alla Coop devo ricordarmi di prenderne altre di schiacciatine, che non ci si deve dimenticare mai della merenda di un bimbo... postato da qoelet |
17:32 | commenti (11)
lunedì, settembre 13, 2004 E da stamattina sono Maestro A.! L'epiteto m'ha colto impreparato, quando la prima bimba s'è rivolta a me con un gentile: "Maestro, posso andare al bagno?". Poi è stata la volta di Valentina, che mi ha chiesto di leggere, porgendomi il suo diario, la frase d'amore dedicatagli dalla sua fiamma estiva. In indeciso stampatello c'era scritto: "IO SONO ALDO A SETEMBRE VADO A SCUOLA E FACIO UNA SCOREGGIA". E la cosa promettente è che almeno l'ultima doppia Aldo non l'ha sbagliata...
Impossibile esprimere a parole tutte le emozioni del mio cuore. Una sola cosa vi posso garantire: avrò materiale di cui scrivere sul blog! postato da qoelet |
15:34 | commenti (7)
venerdì, settembre 10, 2004 La riproduzione casuale del Media Player mi sta passando Raccontami di Renga... Cazzo, ma che sto ascoltando? Era una vita che non andava 'sta musica!
La fase Renga... Come sembra lontana! La fase Renga... Al suo concerto di Cortemaggiore, un paio d'anni fa, per via della sua straordinaria voce era persino riuscito a farsi perdonare (e non era ne facile ne scontato) d'essere il padre della figlia di Ambra Angiolini. E, non essendo una fase particolarmente facile della mia vita, ricordo che in quella voce e in quelle canzoni tanto malinconiche io mi ci crogiolavo, mi struggevo, mi compiacevo di quella pesantezza al cuore che non mi lasciava mai. Strano a volte come il dolore ti avvolga, diventi il tuo compagno, tanto fedele pure se nessuno gliel'abbia chiesto... giovedì, settembre 09, 2004 Pochi secondi. Forse uno solo, per firmare la mia lettera di licenziamento. Ho guardato il foglio, la mano ha esitato alcuni istanti, poi la penna è corsa veloce. Non ho mai guardato in faccia il padre priore, che continua imperterrito, con sadico piacere, nell'opera di demolizione di tutto quel che di buono aveva fatto il suo predecessore. Non l'ho mai fissato, per non cedere alla tentazione di rispondere a quell'espressione stupida di sfida...
"Con la presente siamo spiacenti di doverLa informare che abbiamo deciso di privarci della Sua collaborazione". Io per tutti, qua dentro, sono sempre stato A., vestito in jeans e maglietta, d'estate con i sandali... Strano come divieni improvvisamente uno a cui dare del Lei con la elle maiuscola. "Ringraziandola fin d'ora per l'operato svolto La invitiamo a prendere accordi con il nostro ufficio del personale per il ritiro delle Sue spettanze e dei documenti di lavoro. Distinti saluti". Distinti saluti? Era sempre bastato un ciao. Peccato. Non per il lavoro, che me ne stanno dando anche troppo. Non per i soldi, perché andrò a guadagnare meglio d'adesso. Perché hai la sensazione di esserti dedicato con passione a qualcosa che scivolerà via, che non lascerà traccia, che in pochi mesi nessuno cercherà più. Questi libri erano tornati alla vita, la polvere che li ricopriva cadeva leggera a terra quando, dopo anni di oblio, persone curiose tornavano finalmente a sfogliarli. Ora tornerà la polvere. postato da qoelet |
16:49 | commenti (5)
mercoledì, settembre 08, 2004 Si vorrebbe essere un balsamo per ogni ferita, una medicina per ogni male, un sorriso per ogni melanconia, una risposta per ogni domanda... Ma alla fine di ogni vorrei si scopre che tutto ciò di cui si ha davvero bisogno è d'essere amati, anche con le proprie crepe. postato da qoelet |
17:22 | commenti (3)
Un certo potere politico e il suo grande alleato, il terrorismo, hanno bisogno prima o poi di un 11 settembre... Propongo che per correttezza venga inserito nei programmi delle coalizioni che si presentano al voto, così almeno si potrà scegliere per chi fa meno morti ammazzati. Date una letta a questo articolo... postato da qoelet |
16:11 | commenti (2)
A me fa un po' pena (continua) A me fa un po' pena... Il mio capo, intendo! Che stamattina l'ho trovato già qui, quando sono arrivato in ufficio. Non era mai successo in otto anni. L'ho trovato qui alle prese col portatile. Prima domanda della giornata: "Ma anche questo c'ha due bottoni per accenderlo?". "Scusi, in che senso due bottoni". "Due bottoni, come il computer di là...". "Ma intende quello fisso in sala di consultazione?". "Sì, quello!". "Guardi che quello ha un solo interruttore, come tutti i computer". "No no, caro mio, quello ce n'ha due, poche balle! Sono sicuro! Forse perché sarà un modello più vecchio". "Guardi, io sinceramente non capisco...". Ci alziamo e andiamo dal computer-modello-vecchio: il capo preme il pulsante di alimentazione, poi, trionfalmente, accende anche il monitor e mi guarda come se mi avesse colto in fallo. "Uno più uno uguale due, a casa mia". " :-| ". Torniamo in ufficio, io non riesco ancora a dire nulla. "Comunque non mi hai risposto: c'è un bottone e basta?". "Sì, sì, c'è un bottone e basta, perché quello lì è un modello nuovo". Non esiste faccia più soddisfatta di un capo che s'è convinto di avere ragione... postato da qoelet |
09:52 | commenti (3)
martedì, settembre 07, 2004 A me fa un po' pena... Il mio capo, intendo, che per otto anni mi ha delegato qualsiasi incombenza che avesse a che fare con norme per la catalogazione, regole ISBD, informatizzazione del catalogo, insomma... tutto. Lui si riservava di fare gli abbonamenti alle riviste, ricevere i rappresentanti e fare le sue ricerche. Poi gli hanno detto che mi licenziavano e ha pensato bene, dopo otto anni passati fianco a fianco, di presentarsi una mattina, bello come il sole, e chiedermi: "Ma com'è che si fanno le ricerche?". Poco ci manca che non bestemmio... Auguri... postato da qoelet |
10:21 | commenti (7)
venerdì, settembre 03, 2004 Il pane... Non lo so, ma quando io mangio il pane mi prende una cosa strana. Il pane vero però, quello con la crosta dura e le bolle grosse dentro, quello che fa la mamma di mon amour, per intenderci. Mica quelle pagnottine morbide morbide e bianche come il latte, alla McDonald, che io le odio, sempre per intenderci. Il pane, quello vero, quello che anche una settimana dopo che l'hai cotto è sì più duro, ma non sa mai di vecchio.
Quando lo addento penso a quanti secoli di sapienza ci sono dentro, penso che è la base della nostra civiltà, penso a mio nonno, a quella volta che la merenda della nonna era enorme e io avevo leccato la marmellata e buttato nel fosso il pezzo di pane che non mi andava più. E mio nonno s'era alzato dalla panca, senza dire niente, e mi aveva rifilato uno scapaccione sulla nuca che se ci penso mi fa male ancora adesso. Poi s'era riseduto, sempre in silenzio. L'avevo odiato, avevo pensato ai miei genitori in città e sperato che arrivassero presto a riprendermi. Oggi dico grazie a mio nonno, che magari mi sente dal di là... postato da qoelet |
16:01 | commenti (7)
giovedì, settembre 02, 2004 Voi non ci credere, ma a furia di rugare e rugare e rugare e rugare ho strappato l'assenso di mon amour! Mi è concesso di svuotare il baule della macchina...
Non lo sapevate? Grava sulla monamourmobile circa un quintale di merci assai eterogenee che da circa due anni lei si porta in giro per l'Italia senza mai toccarle: insomma, il portabagagli della sua vettura è come quell'anta dell'armadio che nessuno mai apre perché contiene il vecchio corredo della nonna o quelle coperte a disegno scozzese che nessuno usa più... Giuro che quando porterò a termine l'operazione vi posto un inventario di quel che ci trovo dentro. Se ne vedranno delle belle, ne son certo! Sarà come uno scavo archeologico, come entrare per primi in un tempio sepolto dai secoli. postato da qoelet |
15:49 | commenti (6)
mercoledì, settembre 01, 2004 Che mistero l'universo femminile! Affermazione scontata oltre che inflazionata, direte voi... Ma io la calo nel reale, la vivo sulla mia pelle, ne gusto le sfumature da quando vivo con mon amour!
Negli ultimi giorni è più ansiosa, più nervosa del solito. "Qualcosa non va?". "No, mi sento solo un po' inquieta". "È successo qualcosa? C'è qualcosa che non va?". "No, è che sono... inquieta". E tu ti dici che è strano, magari ti preoccupi, perché anche a te capita di non stare al meglio, ma di solito è per un motivo che tu riesci ad identificare. E invece no, qui girano ormoni strani che nemmeno avvertono prima... Però com'è bella mon amour in questi giorni, quando si fa piccola piccola nel letto e viene a cercare il caldo della tua pelle. Si vorrebbe sempre essere una medicina per tutti i mali... postato da qoelet |
16:04 | commenti (3)
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