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Frammenti, diario, pensieri del tutto umani

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mercoledì, marzo 31, 2004
 
Che dolci le mie domeniche mattina... Al sabato sera porto le bimbe a casa. Quando arrivo sotto casa con la macchina, quel catorcio usato che ho sudato sette camice da quando C. mi ha portato via la macchina, loro già dormono, perché torniamo o da una festina di compleanno o da un pomeriggio di corse sfrenate. Le raccolgo una alla volta, con delicatezza, perché se si svegliasse la prima come potrei poi scendere per portare in casa la seconda? Le spoglio, le rivesto dei loro pigiamini, preparo i letti e rimbocco loro le coperte. Poi un bacio e qualche secondo a fissarle: Dio come sono belle quando dormono! Poi un po' di televisione, in attesa che il sonno colga anche me. So già, pochi secondi prima di addormentarmi, che verso le otto di mattina sentirò il tenero scalpiccio dei loro piedini che dalla loro cameretta si dirige verso la mia. Poi saliranno sul letto e s'infileranno sotto le coperte. Se sarò fortunato si riaddormenteranno per un'oretta, altrimenti faranno di tutto per svegliarmi. E poi l'intimità più bella della settimana, i loro piedini freddi che si scaldano sulla mia pancia, le loro testoline che si appoggiano al mio petto... È l'ora delle coccole, delle domande difficili sul perché un papà e una mamma non vivono più assieme, delle fate e dei folletti, delle promesse e del solletico sul pancino. Terzo comandamento: ricordati di santificare le feste.
postato da qoelet | 11:48 | commenti (7)
 
Io ammiro il mio amico P. Non solo l'ammiro, gli voglio decisamente un gran bene. P. ha perso il padre quand'era molto giovane e con la madre non ha mai avuto un gran rapporto. Ad un certo punto, anni fa, mollata la morosa, mollata la ditta, mollato tutto ha imbarcato il suo furgone con tutta l'officina su di una nave ed ha raggiunto un suo amico missionario in Brasile. E s'è fatto tutto il Mato Grosso: dove arrivava lui non c'era cosa rotta che non venisse riparata. Sì, perché il mio amico P. è il genio della manutenzione! Lui sa fare tutto, e ripeto tutto... È idraulico, elettricista, meccanico, muratore, ecc. ecc. Non esiste cosa che lui non sappia smontare, aggiustare, riassemblare. Poi è tornato in Italia, e da quei giorni ha cominciato ad essere ospitato qui in monastero perché non aveva più una casa. E siccome il monastero è grande, ma tanto tanto grande, è venuto abbastanza naturale che lui ripari cose ricevendo in cambio alloggio. Però P. è incontrollabile. Voglio dire che se lui si sveglia con una fissa alla mattina non c'è verso, lui per quel giorno vive totalmente immerso in quella. Come la volta che trovammo sull'home page di un ingegnere il progetto per la realizzazione di un pannello solare totalmente realizzato con materiali di scarto. Non ci furono madonne: lui partì... Alla sera già aveva in laboratorio il parabrezza di una Panda rottamata, diversi metri di tubi in rame recuperati da elettrodomestici buttati via, due serbatoi di vecchie caldaie e altro ancora. La mattina dopo guardo fuori dalla finestra e vedo un pazzo che s'arrampica e scende dal tetto: è P. che sta installando il pannello solare che ha finito di notte. Alla sera dal rubinetto scendeva acqua a 60 gradi...
postato da qoelet | 09:48 | commenti (1)


lunedì, marzo 29, 2004
 

C'era una volta una conferenza a Cernobbio con imprenditori ed economisti. Era chiaro ormai a tutti che il sistema economico di un paese era al lumicino, era chiaro a tutti che non si potevano più fare i giochetti di svalutare la propria moneta una volta all'anno per esportare a prezzi più vantaggiosi e tirare un po' su la bilancia commerciale perché ormai si era scelto di agganciansi ad una moneta continentale come l'Euro, era chiaro a tutti che con i trucchetti contabili non si poteva più andare avanti per troppo tempo perché adesso bisognava risponderne alla Banca Centrale Europea... E sale sul palco lui, che annuncia che per risolvere i problemi di questo benedetto paese non ci vuole nulla, basta abbassare le tasse e aumentare la produttività, magari eliminando qualche giorno feriale e qualche ponte di troppo. Come dire, per abbassare la criminalità basta abolire la Mafia... Facile no? Ma vai a cagare, deficente...

Diceva Stalin: Date a un capitalista abbastanza corda e s'impiccherà da solo...

postato da qoelet | 17:39 | commenti (11)
 

Lo ammetto, su alcune cose ho dei nervi scoperti. Sì, insomma, fatico a mantenere serenità ed equilibrio di giudizio... Come nel caso, ad esempio, delle fighe di plastica. Dicesi figa di plastica la donna da televisione, ovvero quell'icona traviata del gentil sesso la cui unica funzione è degenerare l'autentica bellezza femminile e solleticare il maschio nei suoi istinti più beceri. Io non le sopporto, proprio non le sopporto. Quando sento certi discorsi nello spogliatoio sulla velina o sulla letterina, quando vedo tutti sbrodolare e i neuroni fluidificarsi e scendere nei testicoli, beh io mi sento schiattare. È più forte di me... Quindi per cui, all'apparire delle fighe di plastica sul piccolo schermo, io inveisco. Ieri sera, in un innocuo spot televisivo, ne vengono presentate tre insieme: è troppo per le mie capacità di autocontrollo! Raramente mi ricordo dei nomi, figuriamoci di quelli delle fighe di plastica, ma uno di quelli ha stuzzicato il mio ipercriticismo: "Stefania Lessa! Stefaaaaniaaaa Leeessaaaa!!! Ma solo una demente può scegliere come nome d'arte Stefania Lessa!!!". "Ma guarda che non è un nome d'arte...", mi risponde mon amour. "Ahhhhh! Ma allora sei doppiamente cretina!!! Ti chiami Stefania Lessa e non ti dai un nome d'arte!!! Ma che deficente!!!". "Calmati, calmati... È spagnola, si chiama Fernanda Lessa...". "Ah, è spagnola?". Nella mia mente ho disperatamente tentato di trovare un qualsivoglia appiglio per continuare ad inveire contro la Fernanda-Stefania, ma ormai non sapevo più che dire. In compenso a mon amour, al guardare la mia faccia, è venuta una ridarola, ma una ridarola che per dieci minuti buoni ho temuto che se la facesse addosso...

Morale del post: il mio ipercriticismo è spesso vano, ma almeno fa ridere mon amour!

postato da qoelet | 11:47 | commenti (3)


venerdì, marzo 26, 2004
 
E vi ho mai raccontato di come mai nella mia biblioteca io conservo la copia del Capitale di Karl Marx che Anna Kuliscioff leggeve in carcere? E di quel testamento spirituale di un monaco, scritto con mano tremolante pochi istanti prima di morire e che lui chiuse nel suo breviario? Credo di essere stata la prima a leggerlo dopo circa ottant'anni. E di quella lettera d'amore chiusa insieme ad un fiore in quel grosso tomo, appartenuto ad una ricca e vecchia zitella? Quando quei bifolchi dei suoi nipoti ci chiesero di venire a ritirare tutti quei libri, avranno saputo che tra quelle pagine si conservava il suo cuore, probabilmente la cosa più preziosa che lei possedeva? I libri sono vivi, sulla loro carta si posano le memorie degli uomini, memorie che dolcemente attraversano il tempo. E ricordate: quando si comincia a bruciare libri, prima o poi si finisce col bruciare uomini.
postato da qoelet | 10:19 | commenti (6)
 
Ieri periodica spedizione punitiva alla Biblioteca del Seminario di Reggio. Spesso, alla morte di un sacerdote della diocesi cugina, i suoi libri vengono trasferiti lì e inevitabilmente la maggior parte di essi sono doppioni. Per via degli ottimi rapporti che ci legano (ci concedono un tacito accordo di prelazione in cambio delle mie consulenze informatiche per via telefonica), spesso ce ne usciamo dalla loro sede con diversi cartoni di libri davvero belli. È interessante investigare una persona che non c'è più attraverso i suoi libri. È un po' come conoscerla dal racconto di altri... Come quella volta che dagli scaffali del pretino di montagna saltò fuori l'opera omnia di Gramsci nei quaderni Einaudi, prima edizione, che ci fu regalata perché "prendila pure su che non è mica il nostro campo". Da non crederci... Anche questo Don F. doveva essere un tipo interessante, culturalmente molto eclettico. C'è di tutto: teologia, psicologia, molta storia antica, ma anche poesia e letteratura. Non c'è un libro che sia brutto... Bella persona, davvero. Chissà se i suoi parrocchiani l'avranno amato e stimato.
postato da qoelet | 10:09 | commenti


giovedì, marzo 25, 2004
 
Io amo mio zio R. Decisamente lo amo. È il fratello di mio padre, è nato e vive e vivrà fino al passaggio a miglior vita in un paesino della bassa parmense. Andava a scuola coi figli di Guareschi, giocava in piazza con la Pasionaria... Io lo amo. Da piccolo lo odiavo, odiavo quel suo urlarmi che non potevo uscire con la bicicletta del nonno e riportarla sporca di fango, odiavo quei suoi modi un po' rudi nelle due settimane che ogni estate passavo dai nonni in campagna. Crescendo ho capito, anche perché quando superi i 25 anni in maniera decentemente sana senti che le tue radici affondano sempre di più nelle budella, senti che quella nebbiolina dalla quale spuntano i pioppi d'inverno non è poi così male, e tu nella bassa ci stai bene anche quando fa freddo ma trovi sempre un'osteria aperta. Insomma mio zio lo amo, amo quel suo essere involontariamente spassoso. Mio zio ha sempre cambiato macchina ogni cinque anni. Frega niente che avesse fatto non più di 3.000 chilometri e che i sedili fossero ancora incelofanati, lui dopo cinque anni la cambia. E non è che gli serva tanto la macchina: la usa per andare a messa la domenica e per venire a Parma a trovarci due volte l'anno, viaggio per cui dalla cassapanca estrae l'atlante stradale... Ha sempre comprato Fiat, solo che circa due anni fa mia cugina è convolata a giuste nozze con S., un ragazzo che più bravo di così non si può. E mio zio ha avuto un'idea... E ha chiesto a S. che macchina piaceva a lui, perché la loro era messa malaccio e, si sa, appena sposati un aiuto economico non fa mai male: "Così magari io fra due o tre anni la cambio e questa la passo a voi". E fu così che a S. piaceva il Toyota RAV 4x4 Full Optional, che mio zio all'inizio si chiedeva perche non lo chiamavano direttamente RAV 16. Si va a ritirarlo, si presentano in concessionaria mio zio con la T., sua moglie, vestita come a Natale. Il concessionario, sbrigate le pratiche usuali, lo fa montare in macchina e gli spiega brevemente le 140.000 funzioni del computer di bordo. Mio zio si chiede perché abbiano montato il televisore in macchina che uno mica può guardare la partita mentre guida, ma il concessionario spiega che il navigatore satellitare è già attivo: "Vede signor C., le faccio vedere... Per esempio, mi dica dove è diretto ora!". "Ma, mi 'ndris a cà...". "Perfetto signor C.! Impostiamo il luogo di destinazione... Ecco fatto, e buon viaggio!". Mio zio parte, un po' spaventato dalle trecento luci che si accendono ogni tanto sul cruscotto. All'improvviso la voce metallica del navigatore: "Tra-cento-metri-all'incrocio-svoltare-a-destra". Rimane allibito, mia zia T. si gira e dice: "Mo me parlet?". "A'n son mia stè mi, vè, lé la machina, sèt mia c'le computerisèda? Mo ti 't capis mia 'd chil robi chi, a tsi na dona...". Mia zia accusa il colpo e non dice nulla. "Vè, pasa là par Sambosei cha sa ghe la Rina a la fnèstra a'g fèma vedar la machina nova". Mio zio pensa che tutto sommato non è una cattiva idea, e quindi all'incrocio svolta a sinistra, che tanto sono solo due o tre chilometri in più. Solo che il navigatore mica lo sa che a Samboseto c'è la Rina! "Attenzione-errore-operare-inversione-di-marcia!". Mio zio R., cortesemente: "Mo chèra, mia preocupèret che pasèma da Sambosèi, le l'istèss". "Attenzione-errore-operare-inversione-di-marcia!". A questo punto mio zio realizzò che il computer di bordo parlava ma non ascoltava... "Attenzione-errore-operare-inversione-di-marcia!". "Lasa lé! Ca voi pasèr da Sambosèi!". "Attenzione-errore-operare-inversione-di-marcia!". Sono quasi certo che a questo punto mio zio si ricordò di quel tedesco che non voleva farlo passare al posto di blocco, quando lui era giovane e stava tornando dai campi, quel tedesco che continuava a urlargli in faccia ma lui non capiva, perché i tedeschi di solito parlano tedesco, e lui glielo diceva che non capiva, ma spiegare le cose a quello lì era come spiegarle al computer di bordo. "Attenzione-errore-operare-inversione-di-marcia!". "A to dit 'd lasà stèr, tèsa!!". "Attenzione-errore-operare-inversione-di-marcia!". Mio zio, quando da un pugno sul tavolo grosso che c'è in sede alla sua cooperativa, i bicchieri saltano di cinque centimetri, ed è un tavolo spesso, di legno massiccio, modello "Riunione Plenaria di Coltivatori Diretti". Fu un pugno così che assestò al cruscotto, che da quel momento non disse più nulla. Solo che il navigatore satellitare non ne voleva saper più parlare, e visto che la macchina era in garanzia lo ripararono senza storie. Però mio zio R. si fece assicurare che rimanesse spento, quando lui guidava. "Ma guardi signor C., basta premere OFF qui sulla plancia!". "Se se, at fè bél, ti... A gnin sarà dumila 'd botò!!".
postato da qoelet | 18:01 | commenti
 
Cosa dite, sarà possibile vendere felicità? Perché io ultimamente ne ho in eccesso. Proprio così, le mie mani non riescono a trattenerla tutta, ne ho troppa! Prima di addormentarmi mi accorgo che me ne avanza sempre un sacco, e allora mi chiedevo: sarà possibile conservarla e venderla? Qualcuno di voi sa come fare? Devo surgelarla, oppure confezionarla sotto vuoto? E poi come si fa a commerciarla? Esiste un mercato, sapete dirmi un prezzo indicativo? E l'aliquota IVA? Se qualcuno di voi potesse suggerirmi qualcosa...
postato da qoelet | 10:18 | commenti (1)


martedì, marzo 23, 2004
 
Questa sera è speciale. Torno a casa, solo il tempo di salutarla perché esce con l'amica E. per andare al corso di ritratto, poi faccio la cucina, stringo le brugoline della sedietta del bagno che come al solito si sono allentate, cambio la lampada della cappa in cucina che è bruciata, coccolo la Milla e aspetto, con una tazza calda e fumante in mano. Sì, aspetto lei, semplicemente l'aspetto. Magari leggo un po', magari guardo se la televisione passa qualcosa di decente, magari (probabile) suono la chitarra... Ma comunque con un orecchio ai suoi passi sulle scale. Aspetto, perché è bello avere qualcuno da attendere, è bello avere dei passi da riconoscere. Molti di voi forse ancora non lo capiscono, ma io lo so quanto vale questa cosa.
postato da qoelet | 17:14 | commenti (10)


lunedì, marzo 22, 2004
 
"Adesso tutti credono che ci sia in atto una battaglia tra Occidente, più o meno cristiano, e Islam. Non è vero. A preconizzare uno scontro di civiltà lungo le linee di contatto fra le grandi religioni è stato Samuel Huntington, un professore americano che per vari anni ha diretto l'Istituto di Studi Strategici di Harvard. Le teorie di questo storico-geopolitico furono esposte in un articolo comparso su "Foreign Affairs" del 1993 dal titolo The Clash of Civilisations? Tre anni dopo Huntington ampliò queste teorie in un libro dallo stesso titolo, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, dove il punto di domanda era scomparso. Sentendosi orfano del conflitto tra Est e Ovest, egli ne prevedeva di nuovi tra la civiltà islamica, quella latino-americana, quella cattolica-europea, quella indù, quella confuciana ecc. [...] Ora abbiamo capito. Questa non era un'analisi, una previsione, ma un progetto politico. Questo nuovo assetto mondiale che s'andava cercando dopo la caduta del Muro di Berlino, questa nuova forma di sicurezza per gli Stati Uniti che si identifica con il dominio del mondo, aveva bisogno di uno strumento. L'ha trovato nella guerra, la cui ideologia è appunto lo scontro fra civiltà. Ma nella realtà questo non esiste" (Raniero La Valle).
postato da qoelet | 17:12 | commenti (1)
 
E adesso, se vai nei bar di Parma, la gente è preoccupata, quasi disperata, perché non si sa che fine farà la squadra di calcio, perché "c'hanno venduto Adriano e adesso se ne andrà pure Gilardino". Ma andate a cagare tutti, città di merda...
postato da qoelet | 11:36 | commenti (3)
 
Sono in debito d'una spiegazione su Italo Balbo... La storia è questa: Chi ha studiato il ventennio saprà sicuramente quando clamore suscitò la trasvolata oceanica del gruppo di aerei italiani guidati da Italo Balbo, il volto umano del fascismo. I piloti di quella squadriglia furono accolti a New York come eroi, passarono in parata il quartiere italiano come simboli della nuova grande Italia che il fascismo aveva risollevato dalla Grande Guerra. Quell'Italo Balbo che probabilmente fu abbattuto dalla marina italiana non per errore, ma perché era divenuto una figura fin troppo ingombrante, capace di fare ombra al Duce. Ebbene, quando i fascisti marciarono su Roma, i fasci guidati dal giovane gerarca Balbo e che provenivano da nord dovevano attraversare il quartiere d'Oltretorrente, ovvero la parte della città vecchia che costeggia la via Emilia a nord del torrente Parma. Solo che quel quartiere era la zona "rossa" della città, era il ghetto proletario dove viveva la povera gente. E la povera gente quando s'incazza veramente... Fatto sta che l'idea di vedere i fascisti marciare sotto le finestre non andava a genio ai più, quindi quel quartiere si trasformò in una cittadella: si buttarono mobili in strada e si eressero barricate, dalle case uscirono i fucili. Quando le camice nere arrivarono vicino a Parma non ne volevano sapere di deviare dalla via Emilia, ci furono alcuni giorni di vera e propria guerriglia. Diverse persone ci lasciarono la pelle... Proprio così, ci furono morti da entrambe le parti. Il buon Italo Balbo e i suoi amici, alla fine, dovettero arrendersi e girare attorno alla città... Alcuni anni più tardi, la mattina dopo l'eroica trasvolata oceanica, sulla massicciata sotto il Ponte di Mezzo a Parma si leggeva a lettere enormi: "Balbo, a tè pasè l'Atlantic mo tè mia pasè la Perma!". Che significa, ma non è difficile tradurlo: "Balbo, hai attraversato l'Atlantico ma non hai attraversato la Parma!". La scritta rimase lo spazio di poche ore, il tempo di essere coperta con pesanti mani di vernice dai tirapiedi del podestà. Ma poche ore bastano per essere letta, poche ore bastano per passare alla storia.
postato da qoelet | 11:34 | commenti (2)
 
Una serata stupenda, di quelle che la parola stupenda capisci ch'è troppo poca non appena l'hai scritta. Come spiegarvi le risate del mio cuore nel vedere le bimbe saltare da una gamba all'altra, da seggiola a seggiola in una serata di amici belli come il sole! Perché tu eri arrivato a pensare che le tue figlie e la tua vita sentimentale sarebbero sempre state in conflitto, eri arrivato a credere che avresti sempre dovuto ritagliare una parte del tuo tempo per vivere da uomo al di fuori del tuo essere padre. Una serata come quella di sabato faceva parte dei sogni, di un mondo perfetto e irrealizzabile dove tutti i pezzi vanno magicamente al loro posto. Ma che questi miei sogni non erano favolette da televisione io in fondo lo sapevo, perché aver ammucchiato 35 anni vorrà pur dire qualcosa. Solo che ci perdi la speranza... Ma io sabato sera non ero nel Mulino Bianco delle pubblicità, che io quando vedo quelle famigliole perfette e borghesi, coi papà e mamma tutti bellini bellini e i nonni come Babbo Natale e i bambini tutti educatini che vanno all'asilo dalle suore e fanno le scoregge che sanno di violetta, ecco in quegli spot sogno di entrarci con la mazza da baseball, magari insieme al mio amico hoku che però usa direttamente la sua testa e l'altro mio amico cofano col coltellaccio che grida "Weeeeendiiiiiii!!!", e fare un macello, un lacodissancue, come direbbe Attila. No, io sabato sera ero al Vecchio Mulino, con facce vere, con persone vere segnate dalla gioia e dal dolore, come chiunque abbia vissuto veramente. Io sabato sera ho visto le mie bimbe giocare serene, correre tra i tavoli e scherzare con tutti, perché così devono fare i bambini. Io sabato sera ho sentito le sue mani arrivare da dietro e accarezzarmi il viso. Io sabato sera ho visto ridere i miei amici, e dentro quella stanza col camino il tempo s'è fermato, dentro quella stanza ho sognato con gli occhi aperti.
postato da qoelet | 10:42 | commenti (2)
 
Voglio che quel senso di calore non passi più. Sdraiato sul divano, lei al mio fianco con la testa appoggiata sul mio petto, intontita dal sonno di chi non si sveglia la domenica mattina alle otto da almeno dieci anni; la mia piccola sopra di lei, addormentata anch'essa e leggera come un piumino che sa scaldare le ossa e il cuore; la B. al mio fianco, ad occupare quel che resta libero del mio petto. E tutti insieme a guardare La Città Incantata. Io voglio che quel senso di calore non passi più...
postato da qoelet | 10:22 | commenti (1)


venerdì, marzo 19, 2004
 
Ho appena terminato di catalogare un libro: "Stormi in volo sull'oceano", di Italo Balbo. E un parmigiano come me non può che fermarsi un secondo, aprire il suo blog e scrivere: Balbo, a tè pasè l'Atlantic mo tè mia pasè la Perma! Per chi non sapesse la storia chieda, in caso interessasse aggiungo un post...
postato da qoelet | 16:54 | commenti (3)
 
"Babbo babbo! Senti che canzone nuova ci hanno insegnato alla religione a scuola! È di uno che si chiamava San Francesco!". E vai con la canzoncina... Me la sono sorbita un dieci volte in fila, ma mi accorgevo che la mia grandicella, via via che ne snocciolava a memoria una strofa dietro l'altra, cominciava a far caso al senso delle parole. "Alleluuuujaaaa!!... Papà, ma cosa vuol dire alleluja?". "È una parola antica ebraica, vuol dire lodate il Signore". "Ah, ma che signore, il signor San Francesco?". "Nooo, il Signore nel senso di Dio!". "Aaaaah... Francesco guidaci tuuuuu... Ma papà, il signor Francesco era come Renato quello dell'Happy Bus?". E qui avrete già capito che a Parma l'Happy Bus è il pulmino che porta alla scuola materna i bimbi. "Ma noooo! Non nel senso che guida una macchina, nel senso che ci guida... Insomma è un esempio di vita per noi perché lui è stato molto buono". "Aaaaah... E cosa ha fatto che è stato tanto buono? Me lo racconti?". "Ma come, non te l'hanno detto a scuola?". "No papà, ci hanno solo insegnato la canzone...". Ma porca vacca, pensi tra te e te... Che già ci sei cascato con la storia di Gesù e adesso tua figlia va in giro a dire che il Signore è stato fatto fuori da un complotto tra l'oligarchia corrotta del clero di Gerusalemme e la forza d'occupazione imperialista romana... Allora faccio così, scelgo un quadretto iconografico semplice semplice, molto tradizionale e poco compromesso col sociale... Il lupo di Gubbio!! Sì, vai col lupo di Gubbio: "Un giorno Francesco stava camminando vicino alla città di Gubbio" ecc. ecc. E si arriva al momento clou: "Allora Francesco disse al lupo: lupetto bello, non spaventare i bimbi di questa bella città e non mangiare le pecorelle di questi pastori! E da quel giorno il lupo fu bravo". "E dopo cosa mangiava il lupo?". "Ma non lo so, sarà tornato nel bosco". "Sì, ma cosa mangiava!". "Avrà mangiato gli animali del bosco: i cervi e i cinghiali, per esmpio". "Poverini... Certo che se Francesco era più furbo diceva al lupo di andare a mangiare tutti i giorni a un ristorante! Così non doveva uccidere gli animali!! Secondo me Gesù era più furbo...". Guardate che non è facile fare il padre nell'attuale società secolarizzata, ve lo garantisco io...
postato da qoelet | 09:18 | commenti (2)


mercoledì, marzo 17, 2004
 
Chissà perché in questo pomeriggio di primavera vera m'è tornato in mente quel test psico-attitudinale cui partecipai, freschissimo neolaureato. Forse perché fu proprio in questo periodo. Sì, laurea ai primi di febbraio, deve essere stato marzo. Ricevetti una lettera, indirizzata a laureati in cerca di prima occupazione, e mi stupii per l'efficenza dell'organizzatore che già disponeva delle liste dei neodottori. Era una compagnia assicurativa. La prima parte della "Selezione" (il termine sa un po' di Auschwitz, non trovate?) consisteva in un test scritto da eseguirsi presso l'Hotel San Marco. Mi presento la domenica mattina. Parcheggio la mia Uno Sting (che quando la comprai un mio amico mi disse sfottendomi: "Col cazzo che Sting gira col quel catorcio! T'hanno fregato!!") e la prima scena che mi tocca vedere è un simpatico quadretto famigliare d'un impacciato ragazzo che avrà grosso modo la mia età e di entrambi i genitori attorno che gli sistemano il bavero della giacca e gli fanno le ultime raccomandazioni. Tra me e me penso che è sicuramente fin troppo maturo per la cresima. Entro, mi danno un modulo da compilare e mi assegnano un posto in una grande sala. C'è un silenzio irreale, molta gente nervosa che rigira tra le dita penne o matite. Io riesco solo a pensare che di stress da esame ne ho già avuti abbastanza, che mi sono appena laureato e che non ho nessuna intenzione di farmi rovinare questa stupenda sensazione di leggerezza da un test psico-attitudinale per rappresentanti assicuratori. Mi giro, di fianco a me viene a sedersi il tipo vestito da cresima. Da non crederci. Consegnano la busta, è un misto di quiz con le caselline da barrare e di domande alle quali si deve rispondere in meno di quattro righe. Compilo, consegno, saluto, esco. Passa un mese e ricevo una lettera: toh, già m'ero scordato la storia del test! L'ho passato, ora la fase due prevede un colloquio, ma non si capisce bene cosa sia. Mi danno tre date possibili con tre orari differenti e mi chiedono una conferma: bene organizzati, come prima. Scelgo, telefono, confermo, saluto. Il giorno del colloquio ricordo le urla di mia madre: ma come m'è venuto in mente di dirle che vado proprio là? Va be', ho i jeans stracciati, le scarpe da ginnastica e una maglietta, ma che male c'è? Di cambiarmi io non ne ho nessunissima voglia... Esco, arrivo in centro e chiudo la bicicletta. Suono e il portone si apre, salgo le scale, entro, in un atrio abbastanza ampio c'è un gruppo di giovani pinguini vestiti in lungo: alcuni parlottano tra di loro, altri siedono in silenzio, altri sfogliano riviste. "Desidera?". È una bella impiegata che mi si fa incontro dalla reception. "Sono qui per il colloquio". Mi squadra male, vedo il suo sguardo che scende e si posa sul buco nei miei pantaloni. "Aspetti qui allora". Passano pochi minuti, esce un tipo che ci fa accomodare in una sala riunioni che ha al centro un bel tavolo ovale, come quelli che si vedono nei consigli d'amministrazione dei film di Hollywood. Ci fanno sedere e ci spiegano che siamo tra i pochi, insieme ai due gruppi degli altri due giorni/orari possibili, ad aver passato lo scritto (lui disse la fase uno!!). Ora ci dovremo ulteriormente ridurre ad un 10% del totale: solo a questi eletti verrà offerta un'assunzione a tempo indeterminato. E la tensione sale... Ci viene presentata una simulazione di proposta assicurativa: in pratica dal nulla noi dobbiamo organizzarci in squadra e dividerci i compiti per presentare al meglio possibile i nostri prodotti assicurativi a determinati target di clienti. La cosa è assolutamente assurda, anche perché si capisce immediatamente che le finte situazioni presentateci sono pretestuose e del tutto improbabili: sfiorano il ridicolo. Ci lasciano a lavorare, senza dire altro. Il tipo si va a sedere in fondo alla stanza dove c'è una signora di mezza età vestita come Margaret Tatcher: i due si mettono a chiacchierare e fingono di non osservarci. Ma io li osservo, li osservo e anche un demente capirebbero che in realtà ci stanno esaminando. La cosa non fa una grinza, anche perché non ci hanno detto di compilare nessun documento finale, non c'è nessuna domanda cui rispondere. Insomma, è chiaro che la simulazione è un pretesto, un pretesto per osservare come ci muoviamo in un determinato contesto: siamo cavie!! Intanto la battaglia s'è già scatenata ed è veramente patetica. Sì, perché noi dobbiamo creare un organigramma societario e darci le cariche annesse, le quali sono rigidamente piramidali, roba da stato fascista. È ridicolo, assolutamente ridicolo. I pinguini cominciano a scannarsi e si perde un quarto d'ora a snocciolare titoli di studio e master di specializzazione per dimostrare che tizio oppure caio merita di fare il superdirettoregalattico. Io ad un certo punto non ce la faccio più e chiedo la parola: "Scusate, ma perché dobbiamo stare qui a scannarci? Sentite, lasciamo perdere le direttive di quei due fogli: concentriamoci su prodotto che dobbiamo vendere, cerchiamo di capire cos'è e poi dividiamoci i clienti. Punto e basta, che senso ha strutturarci come società se non sappiamo nemmeno cosa dobbiamo fare!". "Ma così non vale!!". "Ma scusa, perché così che senso ha? Ragioniamoci su un attimo, che senso ha quel che stiamo facendo?". Attimo di silenzio, mi guardano male. Il pinguino-capo (perché nel frattempo una gerarchia di sommersi e salvati ha già cominciato a delinearsi) riparte proponendo e affidando compiti, alcuni Kapo si sono già schierati dalla sua parte. Si comincia a scrivere schemini con freccette e caselline. Io non ce la faccio più, è troppo ridicolo. Ci riprovo. "Sentite, ma perché invece di farci la guerra non proviamo a organizzarci in modo da collaborare tutti insieme? Non sarebbe meglio per tutti?". Il pinguino capo taglia corto: non siamo noi a fare le regole, atteniamoci a quel che ci è stato detto. "Anche se non ha alcun senso?". Non mi rispondono. Dopo altri cinque minuti di delirio prendo la mia roba e faccio per andarmene. La Tatcher mi chiama: "Va già via?". "Sì signora, devo andare". "Qualcosa non va?". "Solo non mi piace perdere tempo...". Saluto la banchisa artica con pinguini cannibali acclusi, esco, saluto la topa alla reception, bicicletta e via, leggero e spensierato come l'estate che sta arrivando. Dopo due settimane mi arriva una lettera. Ho vinto le selezioni. Sì sì, primo classificato, mi chiedono un appuntamento per proposta di assunzione...
postato da qoelet | 17:09 | commenti (1)
 
L'idea m'era venuta quasi un mese fa, le prime volte che s'era pensato a voce alta del suo compleanno. Non so perché, ma io immediatamente ho avuto disegnata in testa quella situazione! Ho calcolato il giorno della settimana e scrupolosamente accertato, tramite innocenti domande mentre si discorre del più e del meno, se quel giorno sarebbe stata in ufficio. Sì, il mercoledì è sempre là e non ci sono eccezioni in vista. Ottimo, allora si passa alla fase due: recuperare un fiorista sulla strada dal mio ufficio al suo. Facile, basta una breve deviazione una sera ed eccolo il negozio che sin dall'eternità era stato destinato a sorgere lì perché io oggi le dovevo regalare fiori in pausa pranzo. Entro qualche giorno fa, prenoto tulipani, i più belli, a gambo lungo. Mi scordo perfino di chiedere quanto costano e la signora mi chiede un tetto massimo di spesa. "Faccia lei signora, basta che siano belli e molto colorati. E mi raccomando, io passo verso le 12 e un quarto, sarò in pausa pranzo e con un po' di fretta. Che siano pronti". Mi sorride, tutto andrà bene. Oggi a mezzogiorno sono già andati via tutti, non succede mai. Esco puntualissimo e parto, veloce. Tutti i semafori sono verdi, non succede mai. Arrivo davanti al negozio, entro, non c'è nessuno. La signora è lì e mi sorride. Senza bisogno di chiedere nulla mi allunga il mazzo di tulipani, pago, saluto e scappo. Si riparte, ora devo trovare quell'ufficio: conosco la zona ma non ci sono mai stato. È facile, eccolo lì! Salgo le scale tre a tre e un po' emozionato ed entro. Mi guardo subito attorno, ma non la vedo. C'è un tipo, dev'essere G., ed è proprio come me l'ero immaginato. Poi da dietro una parete spunta lei. Il viso le diventa rosso rosso, le spuntano perfino due lacrimucce. L'abbraccio e le porgo i fiori. Per qualche istante tutto il mondo esce da quell'ufficio e galleggia sotto i nostri piedi... Buon compleanno amore mio.
postato da qoelet | 15:33 | commenti
 
Oppure potrei impacchettarmi per benino e farmi consegnare a casa da un corriere merci. A proposito, quasi scordavo! Tanti auguri amore mio. Il tuo compleanno è affare di calendario, il tuo felice compleanno è affar mio. E non è che il primo...
postato da qoelet | 10:24 | commenti (4)
 
Avete mai desiderato di appartenere a qualcuno in maniera assolutamente esclusiva, possessiva, totalizzante? Avete mai pensato di farvi pinzare in un'orecchia un cartellino tipo valigia al check-in con su scritto: "Questa persona appartiene a ... via taldeitali num. tot"? Avete mai pensato di farvi tatuare sulla schiena, invece del solito tribale, un bel "Attenzione! Pericolo! Questo corpo appartiene a...". Forse sarò malato, però l'idea non solo non mi spaventa, anzi mi alletta, mi gratifica e mi stuzzica in maniera strana. Quando ci penso non riesco a fermare quello strano e complice sorriso che si disegna sulla mia bocca. Quasi quasi...
postato da qoelet | 10:20 | commenti (3)


martedì, marzo 16, 2004
 
"Pronto? Ciao sono io. Senti, le bimbe dai tuoi passo a prenderle sul presto oggi. Devo fare un po' di spesa. Ci pensi tu ad avvertirli? Se me le fanno trovare pronte...". Pazienza, pensi tra te e te. Le ho viste ieri, le vedrò domani... Chiamo i miei, se magari c'è a casa la macchina di mio padre... Sì, c'è! Altre due telefonate e la richiamo. "Senti, te le porto a casa io le bimbe, verso le sette. Va bene? No, la macchina non è un problema, me la presta mio padre". Insomma, mi son dovuto fare su e giù la città quattro volte per poterle vedere venti minuti. Ma quando le ho incontrate per strada, mentre coi nonni stavano tornando dal parchetto, quando mi hanno visto da lontano e hanno corso, corso a perdifiato, che ho avuto fin paura che cadessero, urlando "baaaaaabbboooooo!"... In quel momento ho capito che per quei venti minuti sarebbe valsa la pena di accompagnarle fin sulla luna.
postato da qoelet | 09:36 | commenti (8)


lunedì, marzo 15, 2004
 
Tu mi hai riaperto il cuore, il mio sguardo arriva finalmente lontano, oltre le paure e le debolezze delle relazioni... Tu mi hai ridonato il coraggio del futuro, l'entusiasmo e l'irresponsabilità del sognatore, la concretezza dell'utopia... Tu mi hai restituito a me stesso. Ciò che posso e voglio ora è prendere tutto quel sono tra le mie mani e porgertelo, perché tu possa raccoglierlo, se vuoi...
postato da qoelet | 10:10 | commenti (10)


venerdì, marzo 12, 2004
 
Però devo anche considerare che un minimo di reciprocità ci vuole. Ovvero che sono stato anch'io uno di quei maschi spaparanzati su un divano (però io non seminavo peli, come farai tu, bastardo!!), con nessuna voglia di staccarsi dall'infelice contatto. E ricordo di quel Signore, perché quello era davvero un Signore con la S maiuscola, che aprì la porta di casa sua un pomeriggio caldissimo di tanti e tanti anni fa in cui doveva essere in ufficio e non si capisce perché arrivò a casa molto presto. E ricordo del mio tuffo a chiappe nude oltre il divano, per nascondere le mie nudità al suo sguardo, e di come lasciai lì sua figlia, con la gonna alzata. E ricordo di come lui, da perfetto gentlemen, fece finta di nulla e infilò a testa bassa la prima porta che trovò: si chiuse in cucina e aspettò. Ricordo anche che accese una televisione tenendo il volume piuttosto alto. Ricordo le lacrime di lei, e io che mi rivestivo all'impazzata per andarmene il più presto possibile...
postato da qoelet | 17:05 | commenti (7)
 
Ma io cosa farò al primo maschio che toccherà le mie bambine? Quale arto gli staccherò? E se me ne capitasse in casa uno pieno di orecchini o anelli pinzati per tutto il corpo? O peggio tosato alla hokusai? Il mestiere di padre, certi pomeriggi, ti abbandona nella disperazione. Perché poi io lo so che quando arriverò a casa e aprirò la porta quello stronzo sarà lì, spaparanzato sul mio divano, magari in braghe corte e quindi seminante peli ovunque, e che io non potrò dirgli nulla perché immediatamente mia figlia mi guarderà storto. E magari quello stronzo nemmeno si preoccuperà di staccarsi da quell'infelice contatto della sua pelle contro la pelle della mia bambina, così pura e innocente. Ma se ti becco fuori, bastardo, io ti stacco le gambe, chiaro!!!
postato da qoelet | 16:55 | commenti (4)
 
Avevo perso le sensazioni del vivere le bimbe in due. E a partire dalle cose semplici, quotidiane. Svegliarsi e trovarle lì, sapere che se hai fretta e le devi vestire c'è qualcuno che può darti una mano, magari preparando la colazione. Avevo perso la speranza di incontrare qualcuno che vedesse nelle mie figlie non un impiccio, un legame compromettente col mio passato, ma che insieme alle mie figlie potesse innanzi tutto ridere o avere la pazienza di leggere loro una storia. Cose semplici che fanno felici i bimbi di tutto il mondo. E poi invece, una sera piovosa di marzo, tutto s'incastra perfettamente. E tu, all'uscita della scuola dove le hai appena accompagnate, mentre cammini sposti appena lo sguardo, e di fianco a te c'è lei che ti guarda e sorride. Un sorriso semplice, come quello di chi sta bene. Allora ti dici che forse il pazzo non eri tu, quando pensavi che tra le cose più belle da portare in dote ad una persona che ami ci sono anche le tue bimbe.
postato da qoelet | 15:38 | commenti (2)


giovedì, marzo 11, 2004
 
Ieri periodica donazione di sangue al centro trasfusionale. Dopotutto sono medaglia d'argento AVIS, non posso sgarrare... Tutto come al solito, solo che mentre mi forano il braccio vengo avvicinato da due donne, una più giovane, la seconda in età da nonna e con un viso che più dolce non si può. Mi chiedono collaborazione per una ricerca sull'incidenza dei fattori genetici negli infarti in giovane età. In pratica confronteranno il mio sangue con quello di individui che hanno sofferto di attacchi cardiaci tra i trenta e i quarant'anni. Acconsento, ovviamente... Il mio corpo per la scienza, penso tra me e me! Oltre al prelievo aggiuntivo per le analisi mi chiedono di sottopormi ad una veloce anamnesi... "Come no, mi chieda pure". È la più anziana, la nonna del Mulino Bianco, che mi intervista. Solite cose, dati anagrafici, malattie precedenti, chi ha avuto infarti in famiglia a partire dai miei nonni. Poi si arriva al capitolo delle abitudini/vizi vari. "Lei fa uso di stupefacenti?". "Assolutamente no". "Ma che bravo giovine...". E mi sorride. "Lei è dedito all'alcol?". "No, bevo vino a tavola, qualche basa in compagnia, ma non direi proprio d'essere dedito all'alcol". E qui la prima crisi... "Come qualche basa...". "Sa com'è, in compagnia, saltuariamente, una bottiglia in più". "Potrebbe quantificare meglio?". "Non è che sto lì a contarle...". Il dottore a fianco del mio lettino comincia a ridere, mentre la nonnina va in ambasce: mi chiede un attimo di pausa e raggiunge la giovane. Breve abboccamento, poi ritorna. "Lei fuma?". E qui interviene quella mia maledetta mania di non stare zitto, di fare il coglione. Come a poker, che rilancio sempre... "No, solo qualche cannetta ogni tanto". "Cannetta? Può specificare meglio?". Il dottore adesso ride di brutto. "Ma no, niente, segni pure che non fumo". "Guardi che dobbiamo essere molto precisi". "Vabbe', la prenda come battuta, se no segni pure una canna ogni tanto". E il dottore ride ancora... La nonnina adesso è in crisi conclamata: mi chiede una seconda pausa e ritorna dalla collega giovane. Secondo breve abboccamento, l'altra ride e dice qualcosa. Ritorna. "Senta, per il tabacco lasciamo perdere". "Sì, tanto ce ne metto poco..." (e il dottore ride...). "Ma come la mettiamo con gli stupefacenti?". La questione comincia a farsi seria, anche perché nel frattempo io ho terminato e dovrei correre in ufficio, dato che non mi sono neanche fatto dare il giorno libero (e Stakanov mi fa una pippa!). Ma la nonnina non molla. "E adesso io come faccio che ho già messo le crocette sul Non Fa Uso Di Stupefacenti!". "Senta signora, si fidi di me, con quello che costa il fumo... (e il dottore se la ride ancora) Non faccio uso di stupefacenti, e poi è già tanto che faccio il bravo". La nonnina vede una via d'uscita. "Ah, ma allora è già un po' che non... Senta, potrebbe quantificare meglio? Quando ha cominciato e quando ha smesso?". "Guardi qualcosa tra i venti e i trent'anni... Va bene?". "Allora potrei scrivere che stupefacenti niente, ma qualche sigaretta tra i venti e i trenta... Cosa ne dice". "Ma benissimo, va benissimo!!". "Ecco, perfetto, che nel fumare non avevo ancora messo le crocette. Sono proprio contenta!!". "Anch'io signora sono contento per lei!!". "Ecco, allora firmi qua e arrivederla, grazie per la sua collaborazione". "Grazie a lei, signora. E arrivederla, dottore". "Arrivederci a lei"... E quando vi informeranno sulle prossime statistiche a proposito di non so che, ricordatevi di diffidare...
postato da qoelet | 09:56 | commenti (2)
 
Vi ho già scritto di quanto è stato bello rispolverare la mia chitarra ed ora suonare per lei la sera? Si accoccola sul divano, canta con me a voce bassa, col sorriso sulle labbra. Dio mio quant'è bella... Ora devo trovare gli accordi di tutte le canzoni che piacciono a lei, farle divenire mie per dedicargliele ogni volta che lei lo voglia. Ci sarà una canzone per tutto: per i giorni tristi e per i giorni allegri, per i giorni pigri e per i giorni impegnati, per i giorni stanchi e per i giorni forti... Chissà, forse il Qoèlet biblico l'avrebbe scritto così il suo libro, se solo si fosse innamorato...
postato da qoelet | 08:58 | commenti (3)


mercoledì, marzo 10, 2004
 
Oggi ho voglia solo di ascoltare canzoni dolci, morbide, che mi portino per mano nel posto dove si pensa a lei, oggi ho voglia di scrivere solo quel che m'ha scritto lei ieri... "Ti ho già detto che ti amo? Ti ho già detto che sono felice come mai? Ti ho già detto grazie? Ti ho già detto che aspetto le sette come si aspetta una sposa all'altare? Più tua di quanto non sai...".
postato da qoelet | 16:15 | commenti (1)


martedì, marzo 09, 2004
 
Io quelli del centro sociale non li ho mai mandati giù molto. Forse perché tra loro ho conosciuto molte persone arrabbiate coi genitori ma che dai genitori si fanno mantenere, altri incazzati con la società ma che alle spalle della società ci vivono. Sarò sfortunato, cosa ci posso fare. Per carità, ho incontrato anche alcuni con una bella testa, con i quali si parla e si ragiona volentieri. Però devo ammettere che quando la lega organizzò il referendum sulla secessione furono veramente grandi!! Sì sì, quella volta acquistarono tanti punti... A Parma, come nelle altre città, fu montato il gazebo leghista di buona mattina con la gabina elettorale e tutto l'ambaradan annesso. Solo che di buona mattina si presentarono in piazza Garibaldi anche quelli del centro sociale, allertando non poco i quattro carabinieri all'angolo della piazza. Tutto tranquillo, però: fascisti verdi guardavano i rossi in cagnesco, i rossi lavoravano in silenzio con il sorriso sotto i baffi. Fatto sta che, quando si aprono le urne, un secondo stand è bello e montato a fianco di quello di fede bossiana. E per chi voleva era possibile votare per la secessione del Ducato di Parma e Piacenza dalla Padania. Avete capito bene, una secessione nella secessione! Spettacolare... I leghisti pisciarono per aria tutto il giorno, anche perché l'altro stand sembrava riscuotere molto più successo del loro: erano attivissimi, rincorrevano le vecchiette uscite da messa per convincerle a votare, ricordo anche un buon numero di bottiglie di malvasia che orbitavano attorno alla loro postazione. Anch'io votai (solo per la secessione della secessione, ovviamente) e ricordo che la scheda elettorale recitava grosso modo così: "Vriv voiètor secessionèr al Duchè 'd Pèrma e Piasensa da la Padania?". Al di sotto le due caselle: "Al voi", "A nal voi miga". Credo che la secessione abbia vinto col 98% delle preferenze: robe da elezioni bulgare!!
postato da qoelet | 16:30 | commenti (15)
 
Però devo proprio insegnarle a ballare. E quest'estate non ce n'è per nessuno...
postato da qoelet | 10:35 | commenti
 
Ritrovare il gusto delle cose eccezionalmente normali! Un film, un divano, la sua testa sul mio petto, una tisana caldissima, poi una seconda, un po' di televisione per tirare più tardi, baci, carezze, parole sussurrate, la Milla che ti passa sopra ogni tanto... Io ho sempre saputo che la felicità è eccezionalmente normale, ho sempre saputo che si può vivere avendo come massima speranza e aspirazione questa sera alle sette e trenta, minuto più minuto meno. L'ho sempre saputo. Però un conto è saperle, le cose, un conto è viverle.
postato da qoelet | 10:33 | commenti (6)


lunedì, marzo 08, 2004
 
Però da quel giorno le maestre della scuola mi salutano tutte, anche quelle che non conosco...
postato da qoelet | 11:40 | commenti (7)
 
Io devo imparare a stare zitto, soprattutto quando sono con le mie bimbe. Intendiamoci, ormai sono diventato bravino, ho imparato la lezione... Perché i bambini sono come spugne! A te sembra che siano ingenuamente assorti nel loro gioco di bambole o a cucinare chissà cosa con i loro pentolini, in realtà hanno sempre un orecchio teso e la loro memoria è peggio di Echelon, registrano tutto! Io la lezione l'ho imparata, dicevo. L'ho imparata quel giorno all'asilo, pardon, alla scuola materna. Come ogni padre saprà, le bimbe sono molto molto curiose di ciò che penzola in noi maschietti, ovviamente senza malizia. E se sei solo in casa con le tue figlie e se devi fare una doccia, naturalmente non ti puoi chiudere a chiave in bagno: può capitare talvolta che, mentre ti insaponi, senti le due biricchine entrare furtivamente col passo della pantera rosa, tra risatine e ammiccamenti. E capita che tentino di socchiudere il box della doccia, e che scappino urlando non appena tu alzi la voce e prometti patacche alla prima che mette la testa dentro. Fatto sta che come esci e stai per asciugarti, il gatto e la volpe tornano all'attacco, sempre più coraggiose e impertinenti. E ti dici che se esageri le tue figlie cresceranno tremendamente complessate e infarcite di tabù: quindi ti copri e spieghi loro che non sta bene ficcare il naso in affari privati quali la pulizia personale. "Ma babbo, anche tu ci guardi sempre la passerotta quando ci lavi!". "Ma per forza, per lavarvi devo guardare dove lavo!! Ma non sto mica a spiarvi quando andate in bagno, io!! E adesso fuori!!". "Babbo, pottiamo aavatti 'nche nooooi?". "No, io sono grande e mi lavo da solo!!". "Ma cosa hai tu lì?". "Ve l'ho già detto, i maschietti hanno il pisello e le femminucce hanno la passerotta". "E tu cosa hai, il pisello?". Non so a questo punto cosa mi saltò in mente, ma risposi grosso modo così: "Certo che ho il pisello, anzi il babbo, per la precisione, ha il pisellone!! E adesso fuori, raus!!". E la cosa sembrò morire lì... Pochi giorni dopo la grandicella esce da scuola all'una, la vado a prendere in pausa pranzo. Arrivo, e come al solito entrare a scuola è bellissimo, tra muri coloratissimi e bambini che si muovono a loro agio in un pianeta in cui tutto è piccolino e dolcissimo. Arrivo alla sezione del mio angelo, e lei mi corre incontro. Come sempre la sollevo nell'abbraccio, poi la maestra mi viene incontro e mi saluta: "Ecco il papà della B.! Allora, hai visto che è arrivato? Hai visto come è bravo il tuo papà?". "Sì sì, è bravo! E poi il mio babbo non ha il pisello, lui ha il pisellone!!". Penso sia del tutto inutile aggiungere che divenni di tutti i colori, che avrei voluto svaporare come per magia, che mi sono immediatamente chiesto come avrei mai più potuto partecipare alle riunioni di sezione, visto che sono tra l'altro rappresentante dei genitori...
postato da qoelet | 11:35 | commenti (1)


venerdì, marzo 05, 2004
 
La mia grandicella, alcuni giorni fa, al mio ritorno dall'ufficio mi ha consegnato un disegno: "Un regalo per te, babbo!". Fin qui nessuna novità, lo fa spesso, anche se si dovrebbe avere il pudore e l'intelligenza di non considerare mai un gesto del genere come qualcosa di normale. Apro il disegno: al centro un cuore rosso trapassato da una freccia nera, ai lati due faccine inequivocabili perché accompagnate da didascalie enormi e cascanti, come sono le scritture dei bimbi. Sono "Babbo" e R., io sorridente, lei disegnata con le treccine alla Pippi Calzelunghe, perché così era pettinata quel lunghissimo e dolcissimo pomeriggio in cui rincorremmo conigli e ascoltammo fiabe. Sorrido, anzi rido per mascherare la commozione e il groppo in gola che mi prende. E ti viene da pensare che un giorno, nel parco dei conigli, potresti raccontare tu la fiaba della tua vita ai bimbi, perché non c'è altra maniera per definire quel che ci sta succedendo... Favola!
postato da qoelet | 16:51 | commenti (2)
 
Oggi pausa pranzo a correre in Cittadella con M., il mio amico M. Dopo la cena di ieri sera smaltire un po' non fa male! Bella giornata, fredda ma di sole, poca gente. Tra le endorfine che entravano in circolo e le nostre parole ansimate e faticose s'è parlato di tanto, ma specialmente di A. che nascerà a giugno. È bello rivedere in una persona che senti tanto vicina le emozioni che tu già hai vissuto: ti sembra quasi di poterlo accompagnare! E il sole sembrava quasi scaldare più di quanto l'inverno ancora non permetta, e la vita di questi due mesi sembra promettere più di quanto i due anni precedenti ti avevano tolto. Giobbe, al quale fu restituito il doppio di quel che possedeva...
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"Eccoci di nuovo per le scale. Alex vola gli scalini: ha le scarpe di cuoio perché non è ebreo, è leggero sui piedi come i diavoli di Malebolge. Si volge dal basso a guardarmi torvo, mentre io discendo impacciato e rumoroso nei miei zoccoli spaiati ed enormi, aggrappandomi alla ringhiera come un vecchio. [...] Per rientrare alla Bude, bisogna attraversare uno spiazzo ingombro di cavi e tralicci metallici accatastati. Il cavo d'acciaio di un argano taglia la strada, Alex lo afferra per scavalcarlo, Donnerwetter, ecco si guarda la mano nera di grasso viscido. Frattanto io l'ho raggiunto: senza odio e senza scherno, Alex strofina la mano sulla mia spalla, il palmo e il dorso, per nettarla, e sarebbe assai stupito, l'innocente bruto Alex, se qualcuno gli dicesse che alla stregua di questo suo atto io oggi lo giudico, lui e Pannwitz e gli innumerevoli che furono come lui, grandi e piccoli, in Auschwitz e ovunque" (Primo Levi, Se questo è un uomo).
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giovedì, marzo 04, 2004
 
"Sei stanca?". "Un po'...". Ha già gli occhi socchiusi, la testa avvolta nel suo stesso braccio e affondata per metà nel cuscino. La spoglio lentamente. Ho già appoggiato l'olio per massaggi sul portacandela: devo stare attento che non si scaldi troppo, ho quasi paura che la bottiglietta possa creparsi. Adesso è calda, molto calda. La stringo tra le mani alcuni secondi, svito il tappo e controllo che il contenuto non scotti, poi ne verso un poco sulla sua schiena. "Com'è caldo...". Le mani mi si ungono spandendosi sulla sua pelle, le narici si abbuffano di quel profumo intenso ma morbido. E le mie dita esplorano ogni singolo muscolo di questa parte del suo corpo, i miei avambracci risalgono lenti il suo costato e scivolano dolcemente fino ai suoi gomiti. Accompagna i miei movimenti con gemiti sottili e sospiri profondi. La sento scivolare nel sonno piano piano, restituita ai suoi sogni dalle mie mani. Mi stendo anch'io, la ricopro col piumone, dolcemente, e appoggio il capo molto vicino alla sua spalla, per sentire ancora il profumo dell'olio e della sua pelle. Buonanotte, amore mio.
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mercoledì, marzo 03, 2004
 
In questi stessi minuti R. si incontra con il suo ex... Sarà perché ognuno ha le sue crepe, sarà perché a me hanno fatto male, ma male tanto... fatto sta che questo pomeriggio non sono riuscito a non pensarci. Preoccupazione? È strano ma sono tranquillo, nel senso che non è lei la preoccupazione. Sono io ad essere crepato dentro... Lo so, non mi sono spiegato molto bene, ma le emozioni sono un po' strane questo pomeriggio di inizio marzo.
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Mentre ero studente all'università, quando il mio ex-suocero aveva molto lavoro, mi esercitavo nel mestiere dell'imbianchino. Era un modo per pagarmi gli studi, alcune spesette extra e, quando riuscivo, le vacanze estive. E poi mi piaceva la sensazione dello spendere con soldi propri, sudati. Ricordo la mia prima chitarra, comprata di seconda mano! Una Fender acustica nera che rivendetti 3 anni dopo allo stesso prezzo cui l'avevo presa... La pagai, se non ricordo male, 450.000 delle vecchie lire, ma tanti anni fa. E ricordo che, quando la scelsi tra tutte le altre in esposizione, calcolai il costo di ciascuna non in lire, ma in ore lavorate. La mia Fender nera, per l'appunto, mi costò suppergiù due settimane di sgobbo... E facevo l'imbianchino, dicevo. Quanti soffitti imbiancati a rullo! Qualche volta invece capitavano lavori più di fino, che quasi ti lasciavano un buon sapore in bocca quando li vedevi finiti. Fu così per la villetta di una figa di plastica, figlia di bottegai parmigioti, una delle razze più bastarde dell'universo, il cui unico merito era quello di aver adescato uno dei rampolli della nostra nobiltà imprenditoriale, quelli per intenderci che si stanno mangiando tutto quello che i padri avevano costruito. Insomma, io quel giorno ero a far ritocchi nella mansarda di questa villetta nel centro di Parma, che dai borghi intorno non era nemmeno visibile, perché era interna ad un giardino tutto circondato da alberi da frutto a loro volta protetti da lunghe fila di case che la chiudevano alla vista e al rumore della città. Una cosa bellissima... Mi ero innamorato di quella casa, alta e stretta come un castello delle fiabe, con i muri che non ce n'era uno diritto. E stavo dando il mordente a quei travetti vecchi e pieni di chiodi battuti a mano: erano rugosi come la faccia d'un vecchio e assetati d'impregnante come un ubriacone d'osteria. Era un lavoro dolce, nel fruscio del pennello e nel silenzio dei miei pensieri. Ad un tratto si sente aprirsi la porta e il vociare indistinto di due donne. Salgono al primo piano, ed entrano in uno dei bagni. Prego perché non si accorgano di me, ma la mia tuta da lavoro e gli attrezzi ai piedi della scala tradiscono la mia presenza. Passano pochi minuti, poi la situazione precipita... "Opevaaaaioooo!". Quella vocina stridula sale per la tromba delle scale e violenta le mie orecchie. Non faccio in tempo a riprendermi che ancora: "Opevaaaaioooo!". Scendo dal basso ponteggio con i maroni che turbinano e la faccia che mi si infiamma. Mi sporgo dalle scale e inquadro nel campo visivo il puttanone (perdonate il francesismo...) che strilla. "Dice a me, signora?". Il puttanone allarga sconsolata le braccia ed esclama: "Eh eh! Quanti opevai ci sono qui!? Venga giù giovanotto". Io non credo alle mie orecchie, e nella mia mente sogno di una piazza francese ricolma di popolo incazzato, e di una ghigliottina al centro, e del puttanone vestito da regina con la testa infilata nella dolce macchina nemesiaca. Scendo, lentamente. "Mi dica signora". "Senta opevaio (e sono tre...), come mai questo bagno non è pittuvato?!?!". A fianco del puttanone c'è la figa di plastica, che gnocca è gnocca, ma al confronto la Marini, intellettualmente, sembra Simone de Beauvoir. Almeno lei non apre bocca. "Mi chiamo A., signora. Il bagno non è finito perché questa mattina l'architetto non mi ha saputo dire se tinteggiare la parte a intonaco bianca o di altro colore". Sale un urlo isterico, a lunghezze d'onda mai ritenute possibili ad essere umano: "Ma bvaaaaaavi! E adesso come faccio io!?!?!? Che c'ho quello degli sciugamani in ballo da una settimana!!!! Devo sceglieve i colovi, cosa cvede!! E come li intono gli sciugamani alla tualètt se non si vede di che colove è pittuvata!!! Che la mia bambina si sposa tva quattvo giovni!!! Eeeeh!!!". "Senta signora, io non so cosa farci, io faccio quello che dice l'architetto". "Eh ma non pensevà mica di cavavsela così, vevo!?!? Adesso mi chiama l'avchitetto, e subito!!!". "Signora, non c'è bisogno d'urlare. Io l'architetto non lo chiamo perché non so dove sia e perché non è affar mio". "Cosaaaa! Io la faccio licenziave, cosa cvede!!". "Senta signora, io sono artigiano, capisce... lavoratore autonomo insomma (che cazzata, lavoravo in nero naturalmente, però fece un certo effetto!), non vedo proprio come lei possa licenziarmi. E comunque lei mi dica di che colore lo vuole il bagno e io per domani mattina lo faccio trovare pronto". "Seeeeee!!! E io devo fave il lavovo dell'avchitetto!!! Con quello che lo pago!!! Ma lei è matto!!!". "Senta signora, io non so cosa dirle, voi ditemi come lo volete 'sto bagno e io lo faccio. Adesso torno su a finire il mio lavoro, perché alle sei io smonto e vado a morosa". Mi giro e risalgo le scale, mentre il puttanone da in escandescenze: "Cosa cvede, di favla fvanca!!! Guavdi che io e lei facciamo i conti!!!". Rimangono lì, a blaterare per qualche altro minuto, poi se ne vanno... Io provengo da famiglia medio borghese, padre con ottima busta paga che ha mantenuto agli studi due figli e madre casalinga cattolica e devota: insomma non ci è mai mancato nulla. Non mi sono mai ritenuto un paladino del proletariato. Ma quel pomeriggio, per me, è stato come assaltare il palazzo d'inverno...
postato da qoelet | 17:28 | commenti
 
Ieri sera cena con M., il mio "amico del cuore", e sua moglie. Bella atmosfera, tanta serenità e calore. Lui era raggiante, la maternità di I. pare la vivano veramente in coppia: M. ha addirittura ammesso di invidiare lei per non poter sentir muoversi dentro al suo corpo di uomo la loro figlia. M. letteralmente si nutre dell'amicizia, dagli amici si lascia vivere fino in fondo e alla stessa maniera, senza oppressioni, chiede di essere vissuto. Con R. si trova a meraviglia! Condividono molte passioni comuni e tra loro l'intesa è stata intensa sin dal primo istante. Avverto in maniera più che palpabile la sua felicità per la mia felicità! Così come m'è stato immediatamente vicino nei momenti più bui, così adesso è con me nella luce... Ma perché ultimamente non ho mai parole sufficienti per ringraziare?
postato da qoelet | 11:51 | commenti
 
Tutto ciò che ti appartiene mi appartiene... Tutto ciò che ti pesa mi pesa... Tutto ciò che ti allegerisce mi allegerisce... Sono onore altissimo le tue parole e le tue malinconie, le conservo nel mio cuore e ne faccio tesoro per il domani, così come tu raccogli le mie parole e il mio star male. E stanotte sarà meraviglioso amarti come ieri e come fosse la prima volta... E domani sarà meraviglioso amarti come oggi e come fosse la prima volta... Perché ormai vivo nella tua pelle calda e nell'alito della tua bocca, perché ormai vivo nelle tue parole e nei tuoi sguardi, perché ormai vivo nei tuoi gesti e nei tuoi silenzi. E si apre il sorriso e il cuore al pensiero che la grammatica dell'amore la si può imparare a trentacinque anni.
postato da qoelet | 10:18 | commenti (3)


martedì, marzo 02, 2004
 
Perché ci sono giorni in cui il tuo cruccio più grande è il non aver abbastanza parole per dire grazie, grazie, grazie, grazie...
postato da qoelet | 15:23 | commenti
 
C'era una volta la strega dalle manine fatate. Era una streghetta morbida e profumata: le sue piccole mani avevano il potere di sciogliere ogni ansia ed ogni dolore. C'era una volta A., un uomo di tanti dolori che la notte correva dalla strega dalle manine fatate. A. non sapeva più come ricambiare i doni che ogni notte riceveva, così che decise di scalare la montagna delle parole mai dette. La montagna delle parole mai dette aveva una cima, il "picco del supelativo", ma A. era convinto che oltre quel culmine potesse esistere una qualche parola più alta, una qualche parola ancora non pronunciata. Sarebbe stato capace di rubarla, sarebbe stato capace di portarla alla sua strega?
postato da qoelet | 11:42 | commenti (1)


lunedì, marzo 01, 2004
 

Incontro S., qualche tempo fa. Giocavamo insieme, anni or sono, e viene abbastanza naturale parlare di quelli che erano i nostri comuni compagni di squadra. Alcuni si sono sposati e hanno avuto bambini, alcuni sono ancora in pista; alcuni stanno meglio, alcuni stanno peggio, un po' come per tutti. "Hai saputo di G.?". "No, cosa...". "Che sfiga poveretto, stava comprando casa, proprio non gli ci voleva...". E lo ricordo G., il centravanti, bel ragazzo che di testa la buttava dentro abbastanza spesso. Per girasi col pallone gli ci voleva una biolca, ma se vedeva la porta faceva male. Lo ricordo G., a quella cena di squadra in cui mi prese per il culo sapendo che i pochi soldi che avevo tirato su a fare stagioni estive coi facchini mentre ero all'università li avevo messi alla Coop. "Ma sei scemo? Dai i soldi ai comunisti? Mica perché sono comunisti, frega un cazzo, ma perché i comunisti non sanno fare l'impresa. Andrà ancora bene che non te li ciucci tutti il PDS per la prossima campagna elettorale! Ma scusa, te non fai mica l'università? Ma cosa cazzo v'insegnano tutti i giorni? Ah, ma tu fai filosofia, è vero... Grande teoria, ma la pratica è un'altra cosa. Io sono per il concreto, dopo ragioneria ho cominciato a lavorare subito, ho delle responsabilità, io. E non c'ho mica voglia di farmi mantenere dai miei, io...". Ero già abituato anche allora a non entrare in discussioni del genere, non è produttivo, non serve a loro e io finisco per incazzarmi e basta. "Che sfiga poveretto, stava comprando casa, proprio non gli ci voleva...", continua S. "Sai, mia e sua madre lavoravano assieme, si sentono spesso. Aveva messo un centinaio di milioni in Bond Parmalat, e adesso è nella merda con le rate del mutuo. Proprio adesso che aveva deciso di cambiare casa". Però devo dire che m'è dispiaciuto, sinceramente m'è dispiaciuto per G. Se lo incontro faccio finta di niente...

PS. So che molti di voi penseranno che questo è un blog comunista disfattista centralista anarcoinsurrezionalista... Pensatela un po' come cazzo volete, a me queste cose son successe veramente.

postato da qoelet | 16:23 | commenti (3)
 
Al paese di mio padre è gente semplice, hanno grandi le mani e il cuore. Talmente grandi che quasi tutti conservano una matita a fianco del telefono, magari spuntata. Sì, perché i telefoni, al paese di mio padre, sono ancora quelli vecchi con la ghiera forata, la tastiera coi numeri è roba da quelli di città. E in tanti hanno mani così grosse che non riescono a infilare le dita nel buco per comporre il numero, quindi ci infilano la matita e spingono verso il basso. Io sento lì le mie radici. Metà lì e metà tra i monti aspri dove è nata e cresciuta mia madre, i monti raccontati da Malerba. Quando sono giù al paese ascolto con avidità i racconti di quando mio padre e mio zio erano bambini o ragazzi, perché c'è sempre molto da imparare. Come di quella volta che la F. 'd Ramel venne a cercare la piccola, che a scuola andava sempre scalza e da quello si capiva che la sua famiglia se la passava peggio delle altre. La venne a cercare con la scopa in mano, urlando, perché dalla padella appesa in alto in cucina, dove non potevano arrivare gatti e topi, erano scomparsi i "graséi". E la piccola, nipote della F. 'd Ramel, scappava e si riparava dietro i banchi, mentre la nonna cercava di bastonarla e la maestra cercava di riportare ordine nella classe impazzita di risa e di scalmane dei bambini. E tutto questo perché dalla padella erano scomparsi i "graséi". "Graséi" è una parola che non esiste, forse nemmeno in dialetto. Indica quei rimasugli di grasso nero che si attaccano alle pentole di rame quando si frigge. E che nel paese di mio padre si lasciavano attaccati alle padelle, perché quel grasso nero ed esausto sarebbe stato il condimento per la volta dopo. Ma quella notte, quando si era svegliata per la fame, la piccola proprio non aveva resistito. Era scesa in cucina, era riuscita, mettendo una seggiola sopra la tavola, ad alzarsi fino alla padella appesa, e con la lingua aveva leccato, leccato e ancora leccato la padella fino a farla tornare lustra come appena lavata. Doveva averne tanta di fame, la nipote della F. 'd Ramel, per svegliarsi di notte e affrontare il manico di scopa della nonna il giorno successivo.
postato da qoelet | 11:47 | commenti (1)
 
"Ma è tutto vero?". Sì, amore mio, è tutto vero. Talmente perfetto da apparire irreale e da suscitare ogni giorno il riso nei nostri visi che si guardano da vicino, le fronti appoggiate l'una all'altra. Talmente perfetto da perdere il conto dei giorni e delle volte in cui si amano i nostri corpi. Che le credenze dei nostri cuori si riempiano di questi momenti, di queste sensazioni, di queste gioie. Ci saranno di nutrimento per il cammino di una vita, ci daranno forza d'inverno...
postato da qoelet | 10:56 | commenti